Chi non risica.

C’era una certa attesa intorno a questo speciale di Dylan Dog a colori, orribilmente intitolato “Color Fest” e dalla grafica di copertina altrettanto orribile. E c’erano certe aspettative. Confesso di conoscere poco il personaggio, ma di averlo letto a scrocco per praticamente tutta la vita, con buchi un po’ qua e un po’ là. Più che altro l’ho sempre trovato “antipatico” e distante da una mia certa visione dell’eroe. Ma sto recuperando la “Grande ristampa”, e l’attesa per questo albo è aumentata a dismisura quando Rrobe mi ha permesso di sbavare sul suo MacBook, alla Napoli Comicon scorsa, quando a cena mi ha mostrato le tavole di Carnevale per la sua storia.

Complimenti a Roberto Recchioni per la storia, che è riconoscibile per il “tocco” dell’autore e “nuova” per essere una storia di Dyd, come sarebbe dovuto essere per tutte le altre. Divertente e irriverente, ma sopratutto ben costruita e intelligente. Forse mi sarebbe piaciuta anche se avesse continuato sulla falsariga “tarantiniana” della prima parte, ma così devo dire, offre un esempio di metafumetto intelligente, non troppo autoreferenziale e comprensibile.
Le tavole di Massimo Carnevale sono davvero il motivo per cui bisogna comprare quest’albo. Fresche e allo stesso tempo ragionate, ogni vignetta è un piccolo capolavoro. Davvero fantastiche, le guardo e le riguardo.

Altra storia che ho apprezzato molto è quella del mitico Giovanni Di Gregorio, anche se sono sicuro avrebbe potuto fare di più se affiancato da un disegnatore con cui si trova in maggiore sintonia. Forse non ha voluto “rischiare” troppo e ha usato lo “spiegone” tipico bonelliano, ma la storia è bella, “sognante” ma non stucchevole, a differenza delle altre due, perfetta come sceneggiatura. Peccato che un Casertano veramente fuori forma non aiuti. Ahhhh, se le cos e fossero andate diversamente
I colori di tenderini & Co. almeno stavolta non sembrano esagerati e sono appropriati. Inoltre Giovanni è stato l’unico ad “approfittarne” per sfruttare con intelligenza la presenza del colore.

Anche Brindisi l’ho trovato sottotono, purtroppo. La storia scritta da Gualdoni è quella che mi è piaciuta meno. Mi pare si sia ingarbugliata su sé stessa nel finale, come hanno detto altri i dialoghi non mi sono sembrati dialoghi di bambini, infastidendomi durante la lettura. E non mi è sembrata una storia di Dyd…
Peccato.

Da Tito Faraci mi aspettavo un approccio diverso, mi aspettavo qualcosa di più noir (come il bel # 217, “Il grande sonno”). Tra l’altro la storia ha il “difetto” di seguire quella di Giovanni G. dove c’è già una volta un viaggio in una terra del sogno… però è gradevole, i siparietti con Groucho hanno un loro perché. Peccato che sia cmq abbastanza prevedibile.
Menzione d’onore per Gianfelice, l’unico che effettivamente ha uno stile “poco” convenzionale, in tutto l’albo, per i canoni, e quindi più vicino a quello che doveva essere lo spirito, che poi è lo stesso della cover di Dell’Otto.

Mi sembra infatti che l’esperimento sia riuscito a metà per paura, forse, di osare troppo. Invece che un “Dylan Dog visto da lontano” (come l’esperimento fatto con Diabolik tempo fa), è un Dylan visto a distanza di sicurezza. Sarebbe stato interessante vedere stili di disegno, anzi, interpretazioni “diverse” e approcci narrativi differenti ma comunque coerenti col personaggio, mentre due storie su tre sono relativamente convenzionali.
Speriamo per l’anno prossimo.

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