U’ candidatu – seconda parte

Pino aveva riflettuto tutta la notte sulla proposta di Nanai. La moglie, vedendolo agitarsi nel letto, pensava che il problema fossero le cozze alla cipolla della cena.
La mattina dopo, al solito bar, Nanai aveva avvicinato Pino stringendogli la mano: umidiccia, la avvolgeva con entrambe le mani viscide con un gesto che ricordava un antico saluto di una qualche dimenticata tribù indiana.
“Pino, Pino carissimo… allora, hai pensato alla mia offerta?”
Pino aveva gli occhi lucidi dall’emozione e dal caffé bollente che aveva tracannato mentre aveva visto avvicinarsi “l’onorevole” Nanai.
“Si, Nanai. Va bene.”
Un mondo di lustrini, tappeti rossi, macchine di servizio e giornalisti in pugno si era aperto davanti agli occhi sognanti di Pino.
“Facciamo così – lo risveglia Nanai – vieni stasera al mio comitato elettorale, e col mio staff delineiamo le strategie elettorali, va bene? Sono contento, Pinu’!”
Un sorriso a 36 denti di cui 4 dorati si era stampato sul faccione del consigliere comunale. Pino non era ancora convinto al cento per cento, ma ci sarebbe mancato poco.

Quella sera, nel comitato elettorale di Nanai in via Fardella 26, Pino era rimasto incantato dal televisore al plasma 46 pollici che trasmetteva, a rotazione continua, lo spot elettorale di Mario Russo detto Nanai. Il candidato, che aspirava al quinto mandato consecutivo, si faceva inquadrare mentre baciava teste di bambini come il presidente dell’America e stringeva le mani a degli impiegati comunali. Di sottofondo, “tupitupituttutu-ah-ah”, evocativa canzoncina adatta a tutti gli spot.
“Dobbiamo innanzitutto trovarti un soprannome. Fa colore, e rende il nome facile da ricordare”.
“Ma ce lo già un soprannome – risponde Pino alla giovane riccioluta Marcella, consulting imaging manager dell’onorevole Russo – Pino è l’abbreviazione di Giuseppe”.
“Ma che centra – replica focosa Marcella, accompagnata da Nanai che annuisce – un soprannome è un’altra cosa… facciamo così, sui volantini ci sarà ‘Pino Scaturro detto Turro’, si, mi sembra efficace”.
“Eh?”
Pino non era convinto, ma cambiò facilmente idea quando le cose si fecero più concrete. Diecimila “santini”, un comitato elettorale tutto suo, mille manifesti e un comizio.
“No, aspetta, il comizio no”. Nanai lo riportava bruscamente alla realtà.
“Ora non si fanno più i comizi”. Marcella guardava Pino come se venisse da Marte e non conoscesse le basi del vivere civile terrestre.
“Ora si fanno le convenscio”.
“Le conché?”
Le convention. Buffet libero, musica dal vivo, piante esotiche e un ospite di rango, solitamente un consigliere regionale amico di amici che in una sola giornata si girava sette o otto comitati elettorali, con rispettive convenscio.
E va bene, che convenscio sia. “Ma… da che parte stiamo? E io da che parte sto?”, chiese Pino, ricordandosi finalmente dei dettagli fondamentali.
“Guarda – gli risponde serioso Nanai – sarai undicesimo nella lista. Questo vuol dire che contribuirai al grande progetto della mia lista, ‘La città da amare che vogliamo’ e che attraverso il premio di maggioranza alla soglia di sbarramento con 300 voti nostri e 200 degli alleati della lista ‘Noi ci stiamo’ potresti anche avere buone probabilità.”
“Ehm… va bene”. Pino non era certo di avere capito.
“Per il sindaco, ovviamente appoggiamo il sindaco uscente. Una persona integerrima e sicura di sé, che ha a cuore il bene della città”.
“Ma… Nanai, non avevate litigato sulla questione del campo da cricket in contrada Milo?” Pino si vedeva stravolto, davanti a sé, l’intero panorama politico locale.
“Tempi che furuno, Pinù, tempi che furuno!”
(continua…)

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