Nazionale Mediterraneo

Totti ha il viso un po’ ammaccato ma ride di gusto mentre gioca a pallone con un supersantos blu. C’è del Piero versione Juventus che è un bravissimo ballerino e si ostina a spiegarti i passi anche se sei un pezzo di legno come me. Robinho in maglia Milan è un ragazzone alto e di bell’aspetto. Zidane è uno dei più piccoli, con la maglia della nazionale francese, e sarà un caso ma è l’unico a spiccicare qualche parolina in francese tra i quaranta ragazzi immigrati ospiti della parrocchia S.S. Salvatore. A un certo punto Robinho scatta verso l’ingresso del giardino. Non capisco bene che accade, Oriana è alla mia sinistra e lo intuisce prima, un altro dei più piccoli è alla mia destra e riesce a dire in inglese “Brother”. È arrivato il fratello di Robinho, assieme al fratello maggiore di un’altro suo compagno di viaggio. Ieri mattina, appena hanno saputo dell’arrivo dei fratelli più piccoli si sono messi in macchina, sono partiti dalla provincia di Milano e sono appena arrivati. Sperano che i documenti arrivino presto così da poter portare con sé i fratellini. Chissà se sanno dell’assurdità di quel viaggio: la barca con cui erano partiti insieme ad altre decine di adulti da Alessandria è rimasta 12 giorni in balia del Mediterraneo, finché non è incappata in un altro carico di disperati che gli ha prestato soccorso: un vecchio peschereccio riempito di migranti africani e siriani. Si sono stretti ancora, su quell’unico rudere galleggiante fino all’incontro con una nave militare.

Oggi ho visto persone per bene di un quartiere abbandonato a sé stesso mobilitarsi e muoversi, donare e ballare, riunirsi e ridere, raccogliere acqua e magliette e giocare a pallone. Merito di questi ragazzi, tutti egiziani, tutti tra i tredici e i diciassette anni, accolti da Don Sebastiano, un parroco di quelli bravi. Don Sebastiano è riuscito a sopperire alle mancanze delle istituzioni (che si rimpallano l’emergenza) dimostrando cos’è la solidarietà. Alle spalle della chiesa ci sono i portici delle case popolari, pieni di scritte, bucherellati, con gli infissi smontati. La settimana scorsa passavo di là e ho chiamato la polizia perché tra le colonne tanto consumate da far vedere il metallo stavano facendo lottare due pitbull. Sulla scritta della saracinesca del vecchio tabacchino chiuso da vent’anni c’è ancora scritto in rosso “Tano infame”, perché Gaetano, il tabaccaio, era uno che si accollava di subire i capetti del quartiere fino a un certo punto, finché non si è arreso e ha chiuso. Quando abitavo lì, noi che veniamo dalla parte ripulita del quartiere, chiamavamo “Beirut” quei quattro palazzi attorno a un parco giochi vinto dalle erbacce. Il nostro mondo ripulito non erano altro che quei palazzoni delle cooperative, che si trovavano semplicemente al di là della strada rispetto ai portici. Oggi guardavo quei ragazzi scampati all’ordinarietà della miseria e alla ferocia del Mediterraneo. Pensavo che la semplice strada che ci divideva dalla nostra “Beirut” è per loro un mare, e pensavo a quanto siamo fortunati. Anche di avere potuto accogliere Totti, Del Piero, Robinho, Zidane, e tutti gli altri 41 senza la maglia di un calciatore.

 

***

A margine ma si fa per dire, ricordo l’appello lanciato dalle associazioni in queste ore: “Servono generi alimentari di prima necessità, abbigliamento maschile per ragazzi che vanno dal 13 ai 18 anni, tovaglie grandi o accappatoi, prodotti per l’igiene. Tutto quello che potete dare potrete portarlo direttamente voi nella chiesa Santissimo Salvatore di Trapani (viale Umbria, Fontanelle Sud) e chiedere direttamente del parroco. Tante persone nel quartiere stanno dando una mano e la rete di solidarietà è già in moto grazie alla presenza di tanti volontari di diverse associazioni.”

Annunci

Omonimia portami via

AGUZZATE

Pubblico professionalmente fumetti e libri da 10 anni. M’hanno invitato a festival, rassegne, università in giro per l’Italia e un pochino anche fuori. Nella mia città, nonostante passi spesso la voglia, ho fatto decine di presentazioni: alla Libreria del Corso, al Caffè sotto il mare, alla Giunti, al Torre Pali, all’Arci Amalatesta. Oltre a essere apparso nei maggiori tg nazionali, per i libri pubblicati o i premi ricevuti, mi hanno intervistato giornali, radio e tg locali, compresa l’emittente Telesud. Le ultime volte in occasione di “La Mafia Normale”, spettacolo che è andato in replica tre volte tra Trapani e provincia, al termine del quale sono sempre salito sul palco presentato con nome e cognome (e alla prima Telesud m’ha pure intervistato).
Degli amici, giustamente divertiti, mi informano che poco fa al telegiornale di Telesud è passata la notizia della rassegna Gira Pagina, di cui sarò ospite dietro invito dell’amico Giacomo Pilati. E pronunciato il mio nome dallo speaker spuntava il faccione del mio omonimo politico. Ora, vero è, tragicamente vero!, che nella mia città non mi si fila granché nonostante la stima di cui godo (almeno un pochino, su) fuori di qui. Magari il montatore s’è pure dimenticato delle rare interviste che m’ha fatto Telesud. Ma usare google? Poteva finire sulla pagina disambigua di Wikipedia), poteva aggiungere il titolo del libro “L’invasione degli scarafaggi” e di certo non gli spuntava la pelata dell’onorevole compagno. Perché m’incazzo? Sì, un po’ è per ego. Un po’ è per i discorsi di qualche settimana fa, quando ricordavo che la difficoltà per un autore trapanese è essere trattato da autore (quindi con professionalità) prima che da trapanese (quindi da amico che tutto ci perdona). Ne consegue che manco un tg locale sa che faccia hai (condividendo evidentemente parte della colpa di cui sopra). Un po’ è anche perché queste situazioni grottesche mi ricordano quanto sia poco professionale, raffazzonato certo giornalismo locale.
E un po’ perché, scusate eh, ma io i capelli ce li ho ancora, e pure parecchi.

Sergio Bonelli

 

In una giornata già triste perché si ricorda e commemora l’omicidio di Mauro Rostagno, ricevo la notizia della morte di Sergio Bonelli, il papà della nostra fantasia, lo zio saggio e vivace del fumetto italiano. E il magone allo stomaco mi porta alla mente due ricordi. A otto anni, sul divano in casa di mio zio, mentre leggo per la prima volta Tex, qualcosa di completamente diverso dagli eroi Marvel , da Topolino o dal Corrierino. E l’anno scorso a Mantova Comics, quando dopo una conferenza che avevo moderato e a cui aveva assistito in prima fila mi avvicinò a mi disse: “Tu sei uno bravo e che si fa il mazzo, si vede. Bravo”. Emozionatissimo, trovai la forza di chiacchierare, dopo avere balbettato un grazie. Lui, proprio lui, che si complimentava con me, ultima ruota del carro. Venni a sapere che era normale: la sua disponibilità e gentilezza verso tutti, senza prime donne o salamelecchi. Fu una delle poche volte che parlammo, e mi dispiace tantissimo che non ce ne potranno essere altre. Scrissi su Facebook: “Commosso stringo la mano a Sergio Bonelli e lo ringrazio per il supporto di ieri e di oggi, mentre lui indossa il suo cappello da cowboy, sale a cavallo, e si avvia al tramonto verso le praterie lombarde”.
Lo vedo ancora così, in una cavalcata infinita, verso l’Amazzonia. 

Dieci cose che ho imparato su New York

Fa un effetto strano girare per New York City. Una mia amica newyorchese ha apprezzato questa mia metafora: é come vedere finalmente dal vivo un quadro che si é visto mille volte riprodotto su carta, al cinema o in televisione. Quando la si vede con i propri occhi, c’é una strana sensazione di familiarità, eppure non si conosce praticamente nulla.
Chi é cresciuto a pane e cultura americana, specie se come me appassionato di certi film, certa letteratura, certa musica e certi fumetti, riconoscerà strade e palazzi, e persino facce, ma li vivrà certamente in maniera inedita, insolita.
Ecco dunque dieci consigli/sensazioni/esperienze, per cui devo ringraziare, oltre alla guida Lonely Planet, le amiche Leda e Danielle (oltre che ovviamente la mia straordinaria compagna di viaggio e di vita Oriana).

1 – Se siete bassi e scuri come il sottoscritto, facile che vi scambino per messicani o spagnoli. Pur di evitare i commenti su Berlusconi o i paragoni con certi tamarrissimi italoamericani del Jersey (a cui i Soprano fanno un baffo, in quanto a eleganza) non é necessariamente un male.

2 – C’é praticamente un giorno a settimana per ogni museo in cui é possibile entrare gratis, ad esempio il venerdì al Metropolitan. Ma se volete evitare le file, la folla e di andare appresso ai giorni suddetti, esistono diversi pass prenotabili anche on line che offrono notevole risparmio e corsie preferenziali.

3 – A proposito di musei, il Metropolitan é davvero straordinario. Ma armatevi di cartina e pazienza, é davvero dispersivo. Non fatevi intimidire dai cartelli con le cifre in biglietteria: l’ingresso é a offerta libera. Oltre che dai turisti (il MET é l’attrazione piú visitata della città) il museo é animato da molti newyorker in visita solo per un caffé, per leggere, o per scroccare il wi-fi gratuito.

4 – Tutti hanno l’iPhone. Tutti, é incredibile. E negli Apple Store (capolavori dell’architettura e del marketing) c’é quotidianamente la fila per comprare gli iPad. Ma cazzo se ne vale la pena.

5 – Ogni tassista parla una lingua a sè. Generalmente, da quanto ho visto, i neri ti chiamano man, i piú giovani buddy, praticamente nessuno ti chiama sir.

6 – La domenica sera al Mermaid Inn, nel Lower East Side, c’é il Lobsterpalooza. Buonissima Aragosta (in realtà é una specie di astice dell’Atlantico, ovviamente d’allevamento) da mezzo chilo piú condimenti a 20 bucks scarsi.

7 – Sempre a proposito di locali, consiglio almeno un paio di posticini dove bere o mangiare ascoltando buona musica dal vivo. E non parlo di concerti jazz, ma di pianobar. Quando penso ai pianobar in Italia mi vengono in mente sosia sudaticci di Umberto Smaila che cantano in grigi locali circondati da spiacenti single cinquantenni. Nella Grande Mela invece Si assiste a interpretazioni degne di Broadway, visto che camerieri e cantanti sono all’inizio della carriera nel mondo dei musical. Sto parlando dell’Ellen Stardust Diner, proprio sulla Broadway a pochi passi da Times Square, con un look and feeling molto Happy Days (dai vestiti dai camerieri alle decorazioni alle pareti), dove viene servita un’ottima cheesecake mentre graziose cameriere ballano e cantano su una passerella tra i tavoli. E parlo anche di Brandy’s, localino molto più intimo e certamente meno turistico nell’Upper East Side, punto di riferimento per la comunità gay della zona, dove é possibile sorseggiare discreti cocktail mentre dal pianoforte un bravissimo giovanotto canta pezzi di Elton John o la barista intona Summertime. O per un dollaro, quello che volete.

8 – Il paradiso per gli amanti delle magliette e dell’urban style é Yellow Rat Bastard, sulla Broadway, tra Grand e Broome Street. É immenso, all’interno di quello che sembra un magazzino non utilizzato, e ha t-shirt per tutti i gusti, da quelle in materiale ecologico a le splendide Junk Food a prezzi stracciati (considerate che in Usa una maglietta JF costa sui 25 $, in Italia si trovano quando a bene a 45-50 €.

9 – Lo zoo di Central Park é proprio quello del film Madagascar, ma a parte i pinguini, che in effetti sono simpatici anche dal vivo, purtroppo mancano i protagonisti del film. Vero anche che lo zoo é piuttosto piccolo, tragedia più per gli animali che per i visitatori. É bellissimo invece passeggiare nel cuore del parco, quando tra gli alberi non si possono persino piú vedere i palazzi. Ed é incredibile che nella metropoli apparentemente piú urbanizzata del mondo ci sia un polmone verde cosí grande e pulsante, cosí amato e custodito. Generalmente, in ogni caso, i newyorchesi sembrano sempre piú attenti alle tematiche ecologiche e per capire quanto amino gli animali da compagnia, basti vedere quanto siano forniti e visitati i negozi appositi. Oppure passeggiare per l’Highline, la vecchia ferrovia sopraelevata riqualificata come passeggiata tra il verde.

10 – Se volete andare in Usa, fatevi una carta di credito. Le debit card (tipo Postepay o Paypal) non vengono accettati ovviamente in alcune occasioni, come negli hotel o per noleggiare auto, ma anche alcuni negozi e ATM creano problemi. Per le carte del circuito Maestro, é uno stillicidio. Considerato che gli americani pagano con la carta anche le spese irrisorie (comprese le inevitabili mance) e che quando favorite le monetine venite guardati come dei pazzi e/o maleducati, meglio adeguarsi.

(la foto qui su l’ho scattata dal traghetto per Brooklyn)

Prove tecniche da una piazza

Ieri è andata molto bene, per quanto ci riguarda. La cerimonia laica al mattino è stata struggente per la performance dei tre attori coinvolti, avvilente per la scarsa presenza, delirante nelle affermazioni della presidentessa del consiglio comunale di Valderice che ha detto che “I consiglieri non ci sono perché non lo sapevano”.
I politici sono stati i grandi assenti non desiderati anche alla manifestazione serale. Nessuna fascia tricolore, a quattro passi da Palazzo D’Alì. Evidentemente Rostagno è ancora scomodo. Ma meglio non presentarsi proprio, piuttosto che sgusciare al calare delle luci, come sono abituati a fare i nostri rappresentanti locali in queste occasioni. Qualche consigliere comunale e provinciale si è palesato (evidentemente i “cattivi” degli schieramenti) ma, ripeto, forse è meglio una ragionata assenza che una scomoda presenza.

La sera il traffico ci ha impedito di arrivare alla Piazza Del Pesce alle 19 come previsto, ma entro le otto abbiamo montato un tavolino per la vendita dei fumetti. Abbiamo venduto 70 copie prima dell’inizio della nostra presentazione… tutto quello che avevamo con noi (ne avremmo avute anche di più, ma erano quelle disponibili fresche fresche di tipografia al momento in cui sono state spedite per arrivare in tempo). La presentazione, a detta di molti, è stata vivace e frizzante, una cosa a cui tenevo molto. Grazie alla bravura del moderatore, il giornalista marsalese Giacomo Di Girolamo, abbiamo spaziato dall’attualità alle considerazioni sul caso Rostagno, sul filo dell’emozione. Qui sotto un paio di momenti della serata girati dai ragazzi di Libera, mentre su c’è una foto scattata da Pietro Iacono. Grazie agli organizzatori di Ciao Mauro, ai tanti amici che sono venuti ad abbracciarci e ai trapanesi onesti e veri.