InChiostro d’autore

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È sempre bello quando i sogni si avverano, no?
Tra le mie ambizioni c’era quella di portare a Trapani, città tanto bella, antica e affascinante quanto spesso impermeabile, annoiata e distratta, una rassegna letteraria con nomi di primo piano e argomenti importanti. Avevo anche in mente una location perfetta: il Chiostro di San Domenico, luminoso e accogliente, ad abbracciare gli spettatori. Peccato che le risorse e gli interessi siano sempre mancati e che il chiostro sia rimasto chiuso per quindici anni.
Grazie al Luglio Musicale Trapanese quest’anno è nato InChiostro d’Autore, manco a dirlo, proprio nel Chiostro di San Domenico finalmente ristrutturato e riaperto. Ringrazio infinitamente lo staff e il Consigliere Delegato Giovanni De Santis per questa opportunità. Ogni incontro durerà circa un’ora (tre le 19:00 e le 20:00) e prenderà come spunto iniziale un’opera da me scelta per poi chiacchierare con l’ospite dei temi più vari che la discussione genererà. Ogni appuntamento sarà gratuito.

Si inizia il 23 maggio con una persona a cui devo tanto, con cui parleremo di un’altra persona a cui devo tanto: Adriano Sofri presenterà Reagì Mauro Rostagno sorridendo (Sellerio).

Il 4 giugno Davide Camarrone presenterà il suo bellissimo Lampaduza  (Sellerio) e sarà un’occasione per parlare di immigrazione in una città in cui, sempre più spesso, se ne parla con superficialità nonostante sia tra le protagoniste della macchina dell’accoglienza.

Il 17 giugno invece sarà una serata in ricordo di Elvira Sellerio, con alcuni degli autori che hanno partecipato al recentissimo La memoria di Elvira, numero mille della collana La Memoria fondata da quella straordinaria visionaria.

Quello del 27 giugno è un appuntamento che mi sta molto a cuore: Gipi, forse il migliore fumettista italiano in circolazione, illustratore, ideatore di giochi (!) e brillante commentatore, sceglie Trapani per la sua prima presentazione in terra siciliana. Parleremo di Unastoria (primo fumetto candidato allo Strega!) e non solo. L’immagine qui sopra è una sua opera.

Il 7 luglio l’amico Giacomo Di Girolamo presenta finalmente a Trapani Dormono sulla collina, imponente Spoon River d’Italia che ha pubblicato per il Saggiatore. Sarà qualcosa di diverso dalla solita presentazione, vedrete…

Il 24 luglio un’altra amica, Benedetta Tobagi, parlerà del suo ultimo, importante libro: Una stella incoronata di buio (Einaudi). Benedetta è impegnata da qualche tempo nella lotta per la desecretazione dei documenti coperti da segreto di Stato e in una città spesso crocevia dei misteri d’Italia non potremo non affrontare l’argomento.

Il 4 agosto un vanto trapanese, Giacomo Pilati, presenterà Le Siciliane (Di Girolamo editore). Tempo fa, mentre prendevamo un caffè discutendo del ruolo difficile di chi lavora con le parole in questa città, mi diceva che questo libro non era mai stato presentato a Trapani. Ecco, adesso è la volta buona.

Chiudiamo il 26 agosto, con un incontro con una donna straordinaria: Concita De Gregorio. L’ultima volta che ci siamo visti l’ho ringraziata per la visibilità e l’aiuto che mi ha dato negli anni passati. Sarà un piacere ospitarla a Trapani per parlare del suo ultimo libro, Mi sa che fuori è primavera.

Segnate le date sul calendario, preparate gli occhiali da lettura e affinate gli argomenti: sarà un viaggio bellissimo.

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Gli ulivi liberati

Chiedete a un siciliano qual è il suo albero preferito: il più delle volte vi dirà l’ulivo. Maestoso e contorto, carico di Storia e di lavoro, protagonista dei nostri paesaggi palestinesi, è legati ai ricordi d’infanzia di molti e alla fortuna di tante imprese locali di oggi. Le sue braccia bitorzolute partono dalla terra da cui siamo nati noi siciliani per bene, la stessa terra da cui sono emersi, strisciando nel fango, anche i mafiosi che l’hanno stuprata. Stamattina ho visto quegli alberi che invocano rispetto circondati da bambini scatenati. Erano alberi che appartenevano a Ciccio Pace, il fu capo mandamento di Trapani. Gli sono stati confiscati anni fa e oggi sono stati affidati a Saman, l’associazione che “aiuta le persone con difficoltà a vivere”, come la definì uno dei suoi (cruciali) fondatori, Mauro Rostagno. Dagli ulivi del mafioso vengono raccolte le olive dagli ospiti della comunità, ospiti spesso vittima degli incastri della mafiosità, nella comunità fondata da chi i mafiosi hanno ucciso. Il tutto sotto gli occhi dei bambini che seguono le spiegazioni dell’esperto. E poi pane e olio, e a gara ad arrampicarsi sugli ulivi, ma col rispetto che chiedono questi nonni nodosi. È stato bello essere siciliano, oggi. E l’olio era buonissimo.

Nazionale Mediterraneo

Totti ha il viso un po’ ammaccato ma ride di gusto mentre gioca a pallone con un supersantos blu. C’è del Piero versione Juventus che è un bravissimo ballerino e si ostina a spiegarti i passi anche se sei un pezzo di legno come me. Robinho in maglia Milan è un ragazzone alto e di bell’aspetto. Zidane è uno dei più piccoli, con la maglia della nazionale francese, e sarà un caso ma è l’unico a spiccicare qualche parolina in francese tra i quaranta ragazzi immigrati ospiti della parrocchia S.S. Salvatore. A un certo punto Robinho scatta verso l’ingresso del giardino. Non capisco bene che accade, Oriana è alla mia sinistra e lo intuisce prima, un altro dei più piccoli è alla mia destra e riesce a dire in inglese “Brother”. È arrivato il fratello di Robinho, assieme al fratello maggiore di un’altro suo compagno di viaggio. Ieri mattina, appena hanno saputo dell’arrivo dei fratelli più piccoli si sono messi in macchina, sono partiti dalla provincia di Milano e sono appena arrivati. Sperano che i documenti arrivino presto così da poter portare con sé i fratellini. Chissà se sanno dell’assurdità di quel viaggio: la barca con cui erano partiti insieme ad altre decine di adulti da Alessandria è rimasta 12 giorni in balia del Mediterraneo, finché non è incappata in un altro carico di disperati che gli ha prestato soccorso: un vecchio peschereccio riempito di migranti africani e siriani. Si sono stretti ancora, su quell’unico rudere galleggiante fino all’incontro con una nave militare.

Oggi ho visto persone per bene di un quartiere abbandonato a sé stesso mobilitarsi e muoversi, donare e ballare, riunirsi e ridere, raccogliere acqua e magliette e giocare a pallone. Merito di questi ragazzi, tutti egiziani, tutti tra i tredici e i diciassette anni, accolti da Don Sebastiano, un parroco di quelli bravi. Don Sebastiano è riuscito a sopperire alle mancanze delle istituzioni (che si rimpallano l’emergenza) dimostrando cos’è la solidarietà. Alle spalle della chiesa ci sono i portici delle case popolari, pieni di scritte, bucherellati, con gli infissi smontati. La settimana scorsa passavo di là e ho chiamato la polizia perché tra le colonne tanto consumate da far vedere il metallo stavano facendo lottare due pitbull. Sulla scritta della saracinesca del vecchio tabacchino chiuso da vent’anni c’è ancora scritto in rosso “Tano infame”, perché Gaetano, il tabaccaio, era uno che si accollava di subire i capetti del quartiere fino a un certo punto, finché non si è arreso e ha chiuso. Quando abitavo lì, noi che veniamo dalla parte ripulita del quartiere, chiamavamo “Beirut” quei quattro palazzi attorno a un parco giochi vinto dalle erbacce. Il nostro mondo ripulito non erano altro che quei palazzoni delle cooperative, che si trovavano semplicemente al di là della strada rispetto ai portici. Oggi guardavo quei ragazzi scampati all’ordinarietà della miseria e alla ferocia del Mediterraneo. Pensavo che la semplice strada che ci divideva dalla nostra “Beirut” è per loro un mare, e pensavo a quanto siamo fortunati. Anche di avere potuto accogliere Totti, Del Piero, Robinho, Zidane, e tutti gli altri 41 senza la maglia di un calciatore.

 

***

A margine ma si fa per dire, ricordo l’appello lanciato dalle associazioni in queste ore: “Servono generi alimentari di prima necessità, abbigliamento maschile per ragazzi che vanno dal 13 ai 18 anni, tovaglie grandi o accappatoi, prodotti per l’igiene. Tutto quello che potete dare potrete portarlo direttamente voi nella chiesa Santissimo Salvatore di Trapani (viale Umbria, Fontanelle Sud) e chiedere direttamente del parroco. Tante persone nel quartiere stanno dando una mano e la rete di solidarietà è già in moto grazie alla presenza di tanti volontari di diverse associazioni.”

Mauro, confesso.

Potevo scrivere questo pezzo per un qualche giornale, potevo proporlo in giro, potevo piazzarlo sul blog su l’Unità che trascuro da parecchio. Sarei stato ingiusto. Il posto ideale per queste righe era il mio diario, il mio blog personale. Difatti, non sono riuscito a seguire con il distacco del giornalista il processo a Vincenzo Virga e Vito Mazzara, mafiosi conclamati e oggi assassini conclamati di Mauro Rostagno. Sarei stato scorretto innanzitutto nei confronti di chi legge: che sia chiaro, pur avendo presente i diritti degli imputati, ogni mia cronaca sarebbe filtrata dall’affetto per Chicca e Maddalena nato con la lavorazione di Mauro Rostagno – Prove tecniche per un mondo migliore. Negli ultimi tre anni, ho fatto il possibile per evitare di lasciare sfogo alla passione, anche quando la rabbia era tanta. Ora, a poche ore da un’agognata sentenza, reduce di un’aula bunker soffocante su più fronti, con gli occhi ancora umidi, sarei ancora più ipocrita a fingermi super partes.

C’è da dire che nella vicenda processuale di Rostagno spesso i colleghi hanno preferito sposare una parte piuttosto che un’altra. Anche davanti agli sconvolgimenti evidenti, solo pochi hanno avuto l’umiltà di fare un passo indietro e osare ritrattare. Cito Giuseppe d’Avanzo, venuto per rettificare la sua versione del “delitto tra amici”, pochi mesi prima di morire (il socio Attilio Bolzoni, mi risulta, non ha chiesto mai scusa a Chicca e Maddalena). Il Fatto Quotidiano, fino a poche settimane fa, dedicava ampio spazio a Rizza e Lo Bianco che dopo aver riesumato la “pista interna” in uno dei primi Quaderni dell’Ora, approfondivano la perizia sul DNA della difesa dopo che quella della Corte sfavorevole agli imputati era stata ignorata (non trovo più il pezzo sul sito del Fatto ma qui c’è ancora: http://mentiinformatiche.com/2014/03/delitto-rostagno-il-mistero-che-somiglia-a-un-film.html). E che dire della perizia balistica voluta dall’allora vice questore della mobile di Trapani Giuseppe Linares (allievo di Rino Germanà, altro investigatore chiave) e dalla Squadra Mobile, accolta nel 2008 senza tanta fiducia da più parti? O del lavoro del gip Maria Pino?  In pochi, tra cui Rino Giacalone (oggi principale motore della pagina su Facebook dedicata al processo), seguivano con la dovuta attenzione i piccoli ma importanti passi che hanno portato fino alla svolta di stasera. Il tutto nel frequente silenzio della stampa nazionale, anche quando gli spunti e gli allacci a vicende più “grandi” dimostravano la portata del caso Rostagno.

Spesso la stampa locale, invece, è stata eco e motore del chiacchiericcio da paisazzo, fatto di corna e nudità, presunte orge e lontani amanti, voci e giochi del telefono, e malizie, soprattutto malizie. Ho avuto un brivido quando ho pensato che i giudici popolari, tutti locali, in effetti provenivano da questo microcosmo pregno di ammiccamenti di fronte alle stranezze. A suon di ammiccamenti, in oltre vent’anni si era cancellato il ricordo di Rostagno giornalista antimafia, a favore di più consolanti versioni da cortile. Un lavaggio del cervello amplificato nella memoria distorta di chi non l’ha conosciuto, negli scivolamenti verso il torbido di difensori più o meno togati. Un rincoglionimento collettivo che ha avuto forse una regia, visto che spesso c’è qualcuno alla guida della macchina del fango. Macchina che ha guidato fino all’arresto di Chicca Roveri nel 1996.

Io non sono super partes, ribadisco, per l’affetto che mi lega alla famiglia Rostagno, per il coinvolgimento che mi rende un cronista inaffidabile in aula, fino a venire un po’ deriso sottovoce da qualcuno. Sono di parte perché ricordo le lacrime di mia madre, corsa a casa da Rtc dopo che l’hanno ammazzato. Sono di parte perché stasera, lontano ovviamente dalla Corte, ho applaudito i giovani avvocati di Chicca e Maddalena, Fausto Amato e Carmelo Miceli, per aver tenuto testa degnamente e professionalmente ai leoni del Foro trapanese. Sarà che tifo spesso per i Davide e praticamente mai per i Golia. Avrei applaudito (e lo faccio nella mia testa) alla Corte, che ha guidato il dibattimento con la determinazione di chi fa le indagini, fino alla svolta del DNA di Mazzara trovato sui resti del fucile. Pazienza: io non sono super partes, okay, perché mentre qualcuno inseguiva ancora delitti tra amici, per corna, tra compagni, di gossip, fra tossici, io scrivevo e riscrivevo che mafia fu. Ebbene sì, anche io avevo sposato la mia tesi, e non era un matrimonio d’interessi. Attenzione: non ho mai negato la possibilità di convergenze di connivenze istituzionali, né le postume gratificazioni per loschi figuri dovuti alla morte di Mauro. Ma io, Nico Blunda e Giuseppe Lo Bocchiaro abbiamo scritto e disegnato chi era il mandante e ritratto il volto dell’assassino con cui ho incrociato lo sguardo fino a stasera, raggelandomi. E siamo orgogliosi di sentirci dire che tutte le parti del processo (Corte inclusa) hanno letto il nostro fumetto.

Mi si perdonerà l’arroganza, ma tutto ciò fa parte di un discorso più generale. Lo sintetizza con grazia Lisa Noja, figlia di quel Ciro Noja compagno di Lotta (Continua) di Mauro nella Palermo dei primi anni 70:

La verità l’abbiamo sempre saputa tutti. La sapevamo fin da quella notte in cui la mafia ci ha portato via Mauro. Stasera, però, quella verità è stata proclamata nel nome del popolo italiano. E questo fa differenza.

Se vi fidate, e se mi credete quando vi dico che ce la metto tutta per essere super partes, posso provare a spiegarvi cosa vuol dire questa sentenza per Trapani e perché è così importante.

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Stando alla requisitoria dei PM e alle parole di Chicca subito dopo la sentenza, che sintetizzano splendidamente la figura di Mauro, Rostagno dava fastidio per le sue scanzonate ma puntuali denunce al potere mafioso e per le ricostruzioni della “nuova mafia” nascente. Dai microfoni di RTC mostrava i volti e faceva i nomi dei potenti del trapanese, provincia tutt’altro che “babba” nelle gerarchie mafiose. Un territorio in rapida ascesa, fino a “regalarci” Matteo Messina Denaro, oggi capomafia assoluto. Applicare la massima pena ai due imputati Virga e Mazzara, sotto gli occhi che affollavano gli scranni del pubblico e davanti le telecamere, significa mettere “il bollino mafia” sul delitto Rostagno. Significa anche ricordare alla città di cosa erano capaci questi sanguinari benefattori, personaggi che qualcuno si ostina ancora a difendere a mezze parole e spallucce. Lo so, siamo in primo grado: ma quanto meno la loro mafiosità è conclamata, grazie a questo processo, anche dalle loro inattese dichiarazioni spontanee degli scorsi mesi. D’altro canto i depistaggi emersi, che con tutta probabilità saranno oggetto di un’inchiesta stralcio, ricordano che i colpevoli non erano quattro viddani ma che potevano contare su una rete di potere massonica con tentacoli nei posti più impensabili. Proiettili e prove che spariscono sono testimoni assenti di una vera trattativa, sono più papello di tanti altri documenti. Se i nomi della Loggia Iside 2/Scontrino ritornano ancora oggi in città e oltre i suoi confini, se solo dopo 26 anni si può dire che non fu corna-droga-amici a sparare ma fu innanzitutto mafia, ciò vuol dire che in un quarto di secolo quella cosa grigia (per citare Giacomo di Girolamo) è probabilmente mutata e cresciuta.

La sentenza Rostagno è importante per la città di Trapani e non solo perché cancella decenni di dicerie riportando l’attenzione su Cosa Nostra, così (forse volutamente?) assente dalle cronache e dai programmi elettorali da sembrare sconfitta o estinta. Ma forse s’è semplicemente ammucciata dietro le “grandi opere”.

La sentenza Rostagno è importante per me perché mi ha ricordato che un po’ di speranza per questa città c’è ancora, e che possiamo e dobbiamo parlare di lui senza alcuna vergogna o timore di essere scomodi.

La sentenza Rostagno è importante per Chicca, Maddalena e Pietro (e Monica e Carla, che conosco meno) perché anche se non gli restituirà Mauro gli ha restituito la giustizia, quella delle istituzioni, dello Stato. Che poi siamo noi, no? Noi siamo lo Stato: inclusi quelli che la pensano o pensavano diversamente. “In nome del popolo italiano…”, dopotutto.

Giornalisti a Trapani, dimenticati o zittiti

Che giornata oggi per il giornalismo trapanese. Stamattina l’home page di Marsala.it ci accoglieva con la notizia di una richiesta di risarcimento di 50 mila euro alla redazione. La motivazione è assurda: gli articoli ledono l’immagine della città, secondo il primo cittadino di Marsala Giulia Adamo. Se sei un giornalista e critichi l’operato dell’amministrazione, dunque, puoi beccarti un provvedimento del genere. Se andasse in porto, sarebbe un precedente gravissimo. Firmato per di più dal Sindaco Giulia Adamo, non dalla cittadina Giulia Adamo. Massima solidarietà all’amico Giacomo Di Girolamo, dunque, e a tutta la redazione, con cui mi sono pregiato di collaborare più volte in passato.

Altra vicenda raccapricciante riguarda il mancato gratuito patrocinio del Comune di Trapani alla versione estesa del breve documentario Sanatano su Mauro Rostagno, diretto da Federico Zanghì e scritto da Andrea Ossino, Diego Gandolfo e Saul Caia. Qui la notizia firmata dal collega Giuseppe Pipitone. La motivazione, ancora una volta, ha dell’assurdo: anche in questo caso è riconducibile a una discutibilissima questione di immagine. La città dove Mauro ha scelto di vivere e dove è stato ammazzato ancora una volta ha problemi a ricordarlo. Non stupisce se il mancato patrocinio si deve al Generale/Sindaco Vito Damiano, quello che tempo fa disse che di mafia nelle scuole non si deve parlare (la cosa è più “sottile”: ne ho scritto qui). Insomma, non è che si rende conto che i problemi di immagine della città derivano, tra le altre cose, proprio da certe bout(tan)ade sue e dei consiglieri, come l’indimenticabile sparata sugli autobus per soli immigrati.

Questo è il testo di una lettera che ho appena scritto al mio (ahimè) sindaco:

Gentile sindaco, l’anno scorso ho avuto l’onore di far parte della ristretta giuria del Premio “Una storia ancora da raccontare” del prestigioso Festival del Giornalismo di Perugia. Io il video di Sanatano l’ho visto, votato e premiato con grande piacere. Poter contribuire per far vincere il secondo premio a questi ragazzi, trapanesi come me e lei, è stato importante. Quel breve documentario (http://vimeo.com/41339586) mi è sembrato proprio una «manifestazione promozionale» della nostra città, la dimostrazione che si può fare bene, si può realizzare un prodotto audiovisivo professionale, si può ricordare in maniera brillante ed elegante una persona che ha dato il massimo tributo a questa città che aveva scelto, come diceva. E il premio è stato un giusto e meritato riconoscimento. Rifiutarsi di concedere il patrocinio gratuito è grave. Qua si va oltre i dibattiti sulla semantica, sui “malandrini” al posto di “mafiosi” o su presunti fraintendimenti su quella sua purtroppo famosa frase sulla mafia nelle scuole di cui abbiamo a lungo discusso. Stavolta si parla del rispetto verso giovani professionisti locali e del riscatto di una città con un passato – e forse un presente – scomodo agli occhi del paese e alla memoria di Mauro Rostagno. È un riscatto che passa anche da queste cose che forse lei ritiene solo simboliche. Ma sono i simboli le prime armi della memoria, no?

Prevedo che non sortirà nessun effetto, ma invito chi legge a sostenere Giacomo e i ragazzi di Sanatano anche solo condividendo queste notizie assurde. Sì, lo ripeto per la terza volta.