Mauro, confesso.

Potevo scrivere questo pezzo per un qualche giornale, potevo proporlo in giro, potevo piazzarlo sul blog su l’Unità che trascuro da parecchio. Sarei stato ingiusto. Il posto ideale per queste righe era il mio diario, il mio blog personale. Difatti, non sono riuscito a seguire con il distacco del giornalista il processo a Vincenzo Virga e Vito Mazzara, mafiosi conclamati e oggi assassini conclamati di Mauro Rostagno. Sarei stato scorretto innanzitutto nei confronti di chi legge: che sia chiaro, pur avendo presente i diritti degli imputati, ogni mia cronaca sarebbe filtrata dall’affetto per Chicca e Maddalena nato con la lavorazione di Mauro Rostagno – Prove tecniche per un mondo migliore. Negli ultimi tre anni, ho fatto il possibile per evitare di lasciare sfogo alla passione, anche quando la rabbia era tanta. Ora, a poche ore da un’agognata sentenza, reduce di un’aula bunker soffocante su più fronti, con gli occhi ancora umidi, sarei ancora più ipocrita a fingermi super partes.

C’è da dire che nella vicenda processuale di Rostagno spesso i colleghi hanno preferito sposare una parte piuttosto che un’altra. Anche davanti agli sconvolgimenti evidenti, solo pochi hanno avuto l’umiltà di fare un passo indietro e osare ritrattare. Cito Giuseppe d’Avanzo, venuto per rettificare la sua versione del “delitto tra amici”, pochi mesi prima di morire (il socio Attilio Bolzoni, mi risulta, non ha chiesto mai scusa a Chicca e Maddalena). Il Fatto Quotidiano, fino a poche settimane fa, dedicava ampio spazio a Rizza e Lo Bianco che dopo aver riesumato la “pista interna” in uno dei primi Quaderni dell’Ora, approfondivano la perizia sul DNA della difesa dopo che quella della Corte sfavorevole agli imputati era stata ignorata (non trovo più il pezzo sul sito del Fatto ma qui c’è ancora: http://mentiinformatiche.com/2014/03/delitto-rostagno-il-mistero-che-somiglia-a-un-film.html). E che dire della perizia balistica voluta dall’allora vice questore della mobile di Trapani Giuseppe Linares (allievo di Rino Germanà, altro investigatore chiave) e dalla Squadra Mobile, accolta nel 2008 senza tanta fiducia da più parti? O del lavoro del gip Maria Pino?  In pochi, tra cui Rino Giacalone (oggi principale motore della pagina su Facebook dedicata al processo), seguivano con la dovuta attenzione i piccoli ma importanti passi che hanno portato fino alla svolta di stasera. Il tutto nel frequente silenzio della stampa nazionale, anche quando gli spunti e gli allacci a vicende più “grandi” dimostravano la portata del caso Rostagno.

Spesso la stampa locale, invece, è stata eco e motore del chiacchiericcio da paisazzo, fatto di corna e nudità, presunte orge e lontani amanti, voci e giochi del telefono, e malizie, soprattutto malizie. Ho avuto un brivido quando ho pensato che i giudici popolari, tutti locali, in effetti provenivano da questo microcosmo pregno di ammiccamenti di fronte alle stranezze. A suon di ammiccamenti, in oltre vent’anni si era cancellato il ricordo di Rostagno giornalista antimafia, a favore di più consolanti versioni da cortile. Un lavaggio del cervello amplificato nella memoria distorta di chi non l’ha conosciuto, negli scivolamenti verso il torbido di difensori più o meno togati. Un rincoglionimento collettivo che ha avuto forse una regia, visto che spesso c’è qualcuno alla guida della macchina del fango. Macchina che ha guidato fino all’arresto di Chicca Roveri nel 1996.

Io non sono super partes, ribadisco, per l’affetto che mi lega alla famiglia Rostagno, per il coinvolgimento che mi rende un cronista inaffidabile in aula, fino a venire un po’ deriso sottovoce da qualcuno. Sono di parte perché ricordo le lacrime di mia madre, corsa a casa da Rtc dopo che l’hanno ammazzato. Sono di parte perché stasera, lontano ovviamente dalla Corte, ho applaudito i giovani avvocati di Chicca e Maddalena, Fausto Amato e Carmelo Miceli, per aver tenuto testa degnamente e professionalmente ai leoni del Foro trapanese. Sarà che tifo spesso per i Davide e praticamente mai per i Golia. Avrei applaudito (e lo faccio nella mia testa) alla Corte, che ha guidato il dibattimento con la determinazione di chi fa le indagini, fino alla svolta del DNA di Mazzara trovato sui resti del fucile. Pazienza: io non sono super partes, okay, perché mentre qualcuno inseguiva ancora delitti tra amici, per corna, tra compagni, di gossip, fra tossici, io scrivevo e riscrivevo che mafia fu. Ebbene sì, anche io avevo sposato la mia tesi, e non era un matrimonio d’interessi. Attenzione: non ho mai negato la possibilità di convergenze di connivenze istituzionali, né le postume gratificazioni per loschi figuri dovuti alla morte di Mauro. Ma io, Nico Blunda e Giuseppe Lo Bocchiaro abbiamo scritto e disegnato chi era il mandante e ritratto il volto dell’assassino con cui ho incrociato lo sguardo fino a stasera, raggelandomi. E siamo orgogliosi di sentirci dire che tutte le parti del processo (Corte inclusa) hanno letto il nostro fumetto.

Mi si perdonerà l’arroganza, ma tutto ciò fa parte di un discorso più generale. Lo sintetizza con grazia Lisa Noja, figlia di quel Ciro Noja compagno di Lotta (Continua) di Mauro nella Palermo dei primi anni 70:

La verità l’abbiamo sempre saputa tutti. La sapevamo fin da quella notte in cui la mafia ci ha portato via Mauro. Stasera, però, quella verità è stata proclamata nel nome del popolo italiano. E questo fa differenza.

Se vi fidate, e se mi credete quando vi dico che ce la metto tutta per essere super partes, posso provare a spiegarvi cosa vuol dire questa sentenza per Trapani e perché è così importante.

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Stando alla requisitoria dei PM e alle parole di Chicca subito dopo la sentenza, che sintetizzano splendidamente la figura di Mauro, Rostagno dava fastidio per le sue scanzonate ma puntuali denunce al potere mafioso e per le ricostruzioni della “nuova mafia” nascente. Dai microfoni di RTC mostrava i volti e faceva i nomi dei potenti del trapanese, provincia tutt’altro che “babba” nelle gerarchie mafiose. Un territorio in rapida ascesa, fino a “regalarci” Matteo Messina Denaro, oggi capomafia assoluto. Applicare la massima pena ai due imputati Virga e Mazzara, sotto gli occhi che affollavano gli scranni del pubblico e davanti le telecamere, significa mettere “il bollino mafia” sul delitto Rostagno. Significa anche ricordare alla città di cosa erano capaci questi sanguinari benefattori, personaggi che qualcuno si ostina ancora a difendere a mezze parole e spallucce. Lo so, siamo in primo grado: ma quanto meno la loro mafiosità è conclamata, grazie a questo processo, anche dalle loro inattese dichiarazioni spontanee degli scorsi mesi. D’altro canto i depistaggi emersi, che con tutta probabilità saranno oggetto di un’inchiesta stralcio, ricordano che i colpevoli non erano quattro viddani ma che potevano contare su una rete di potere massonica con tentacoli nei posti più impensabili. Proiettili e prove che spariscono sono testimoni assenti di una vera trattativa, sono più papello di tanti altri documenti. Se i nomi della Loggia Iside 2/Scontrino ritornano ancora oggi in città e oltre i suoi confini, se solo dopo 26 anni si può dire che non fu corna-droga-amici a sparare ma fu innanzitutto mafia, ciò vuol dire che in un quarto di secolo quella cosa grigia (per citare Giacomo di Girolamo) è probabilmente mutata e cresciuta.

La sentenza Rostagno è importante per la città di Trapani e non solo perché cancella decenni di dicerie riportando l’attenzione su Cosa Nostra, così (forse volutamente?) assente dalle cronache e dai programmi elettorali da sembrare sconfitta o estinta. Ma forse s’è semplicemente ammucciata dietro le “grandi opere”.

La sentenza Rostagno è importante per me perché mi ha ricordato che un po’ di speranza per questa città c’è ancora, e che possiamo e dobbiamo parlare di lui senza alcuna vergogna o timore di essere scomodi.

La sentenza Rostagno è importante per Chicca, Maddalena e Pietro (e Monica e Carla, che conosco meno) perché anche se non gli restituirà Mauro gli ha restituito la giustizia, quella delle istituzioni, dello Stato. Che poi siamo noi, no? Noi siamo lo Stato: inclusi quelli che la pensano o pensavano diversamente. “In nome del popolo italiano…”, dopotutto.

Quella volta che Renzi vinse

Quando dall’Unità mi hanno chiesto di scrivere qualcosa su Mumble mumble sul tema delle primarie del centrosinistra, ho pensato subito di approfittare della forma atipica del blog per osare. Quindi ho tentato qualcosa di diverso dal solito commento o corsivo. Ecco il risultato (che pare sia piaciuto). Buon ballottaggio a tutti.

2050, fuga dalle primarie

Aldo McNamara, lo spin doctor del sindaco di Mega City Livorno (la megalopoli coincidente con la provincia di Livorno-Pisa-Lucca) era arrivato in ritardo. Una manifestazione di esodati lo aveva trattenuto sulla FIPILI per più di un’ora. La sua Marchionne VI, l’auto ibrida a benzina e carbone più cara sul mercato, lo aveva finalmente condotto nella sede del comitato elettorale centrale, in viale Obama angolo via Craxi. Aveva abbandonato la tranquillità delle campagna che si era concesso nelle ultime 24 ore per gettarsi a testa bassa nella giornata che attendeva da più di un anno: 25 novembre 2050, il giorno delle primarie del centrosinistra. Il sindaco Hu Wang lo aspettava picchiettando con le dita sulla scrivania, nel suo ufficio al comitato, tra motti e gigantografie alle pareti.

– Allora, hai i primi dati?
– No, non ancora. Solo voci.
– Ce li ho io. Siamo dietro al vecchio di otto punti percentuale.
– Otto? Otto… Possiamo ancora farcela.
Il sindaco Wang sbuffò, si slacciò la cravatta, e in un attimo sembrò invecchiare di cinque anni. All’improvviso, non sembrava più il candidato più giovane alle primarie.
– Col cazzo che possiamo. Il finocchio ci tallona, è a tre punti sotto di noi. Ci ha fregati con quella storia della liberalizzazione delle droghe pesanti.
– Aspe’, ho gli exit poll di Pagnoncelli, qui sul palmare.
Aldo controllava il microschermo del palmare toccandolo con la consueta sensualità.
– Hai ragione. Però la femmina non ha manco il 5 percento, il pospostpostdemocristiano è al 7.
– Che me ne fotte? Lo sai dove punto. Io non volevo arrivare al ballottaggio, porca della p–
La porta si aprì con uno schianto, le due veline entrarono sfregandosi le braccia per il freddo. Non era il caso di girare in bikini a novembre, ma erano esigenze di marketing.
– C’è qui uno della Terza Repubblica, quel giornale di postpostpostcomunisti. Dice che ha saputo dei nostri cartelloni subliminali 7×2 e minaccia di scriverne sul giornale.
McNamara corse dal giornalista, lasciando il sindaco solo. Dietro si lui, campeggiava il motto della campagna elettorale: grossi caratteri verdi sopra il logo del “Post Partito Democratico”, il PPD: “SPACCHIAMO TUTTO”. Il programma sulla scrivania, con i suoi cinque punti, gli era capitato sotto gli occhi e lo aveva ipnotizzato: TAV – EUROPA – AMORE – NO IMU – CIVIL PARTNERSHIP.
Quando tornò a guardare l’orologio sulla scrivania, sembravano essere passati pochi minuti, invece era già mezzanotte. Mandò un poke telepatico ad Aldo, che giunse correndo, sudato, con la camicia inzuppata.
– Allora?, gli chiese.
– Niente. Abbiamo perso. Ancora una volta il vecchio ce l’ha fatta. Ha vinto di nuovo Renzi.
Il sindaco Hu Wang, italocinese, 32 anni, due figli, prese il palmare, telefonò al nuovo candidato premier e si congratulò. Posato il telefono, tra sé e sé cominciò subito a consolarsi: tra un anno si sarebbe certamente tornati a votare. La coalizione con l’Udc non avrebbe retto.

(pubblicato originariamente il 24 novembre a questo link: http://mumblemumble.comunita.unita.it/2012/11/23/2050-fuga-dalle-primarie/)

Falcone e i fastidi della vita quotidiana

Si chiamava Patrizia Santoro. Si definiva una «onesta cittadina che paga regolarmente le tasse e lavora otto ore al giorno».

La signora abitava in via Notarbartolo, l’asse che parte dal Giardino Inglese e arriva alla circonvallazione, tagliando Palermo. Abitava nello stesso palazzo di Giovanni Falcone e Francesca Morvillo, quello stesso edificio che ai suoi piedi ospita un enorme albero pieno di foto, poesie e ricordi del giudice e delle altre vittime della Strage di Capaci.

«Tutti i giorni – scriveva in una lettera al sonnecchioso Giornale di Sicilia – non c’è sabato e domenica che tenga, al mattino, durante l’ora di pranzo, nel primissimo pomeriggio e la sera (senza limiti di orario) vengo letteralmente assillata da continue e assordanti sirene di auto della polizia che scortano i vari giudici. Ora io mi domando: è mai possibile che non si possa eventualmente, riposare un poco nell’intervallo di lavoro, o quantomeno, seguire un programma televisivo in pace, dato che, pure con le finestre chiuse, il rumore delle sirene è molto forte?». Per non parlare dei passi carrabili che riempivano il marciapiede.

La signora, che non abitava in una baracca sotto il ponte dell’Oreto o in una casa popolare dello Zen, suggeriva la costruzione di apposite villette, lontane dalle zone abitate, dove collocare questi «egregi signori», in modo tale che «da una parte sia tutelata la tranquillità di noi cittadini-lavoratori, dall’altra soprattutto l’incolumità di noi tutti che, nel caso di un attentato, siamo regolarmente coinvolti senza ragione (vedi strage Chinnici)».

Con una scrittura da autocertificazione del comune e una freddezza da enciclopedia (“vedi strage…”) la signora Santoro rappresentava quella Sicilia che voltava le spalle ai suoi agnelli sacrificali consapevoli. Incarnava la noia per il clamore, l’amore per il quieto vivere, il solito atteggiamento del tutelare il proprio giardino e poi, degli altri, chi se ne frega. E il Giornale di Sicilia, che tanto attento è stato al decoro urbano come servizio al cittadino, non solo pubblicò la lettera ma non vi diede seguito nell’immediato con una replica del direttore. Falcone era come una buca sulla strada, una fogna straripante, un albero che invadeva la carreggiata. Tante volte si dice che Falcone e Borsellino sono stati ammazzati perché li hanno lasciati soli. No fu solo lo Stato a lasciarli soli o persino a tramare ai loro danni. Furono anche i siciliani stessi. Forse, anche alcuni di quelli che oggi si commuovono davanti alle loro fotografie, mentre le sirene continuano a urlare in sottofondo.

U’ candidatu, un raccontino

Quello che segue è un racconto pubblicato a puntate sulla prima versione del Warbulletin, su blogspot, scritto di getto durante la campagna elettorale delle scorse amministrative. Lo ripropongo, leggermente riveduto e corretto.

Pino s’è diplomato al nautico trent’anni fa, fa l’impiegato al catasto e ha due figli. Pino conduce una vita che – ordinariamente – si potrebbe definite ordinaria, ama abbastanza la moglie Maria Rosa e sopporta a dovere i figli Claudio, che frequenta saltuariamente la facoltà di Giurispudenza, e la piccola Anna, prima media. Pino un mese fa è stato avvicinato da Mario Russo, detto Nanai (nessuno ha mai capito la relazione tra nome e diminutivo), consigliere comunale passato con disinvoltura, negli ultimi 5 anni, dall’Udc ai socialisti fino al nuovo movimento “La città da Amare che vogliamo”, insieme a trasfughi del Pd e di Forza Italia. Da un mesetto Nanai era diventato molto simpatico nei confronti di Pino. Innanzitutto, per strada lo salutava. Quando Pino s’era visto arrivare “l’onorevole” (strano appellativo per un consigliere comunale, ma tant’è), mentre era al bar a prendere il caffé, gli ha detto subito: “Tranquillo, Nana’, per te voto”. Ma Nanai non era lì per questo. Senza neppure il tempo di finire di sorseggiare il caffé, Pino si trovò la mano sudaticcia di Nanai sulla spalla. Con la tazzina calda appoggiata alle labbra, si sentì dire: “Pino, Pinuzzo… hai mai pensato di entrare in politica?”. Pino sul momento era rimasto immobile. I suoi occhi sembravano fissi sul porro sul mento di Nanai, ma in verità la sua mente era da tutt’altra parte. Già si vedeva, in giacca e cravatta, le stesse del matrimonio di quel cugino di Marsala di cui non ricorda mai il nome e della tizia soprannominata affettuosamente “Arancina chi’ pere”. Già si vedeva, con la bandiera italiana e quella dell’Unione Europea ai lati, davanti una scrivania in rovere con decorazioni in oro, decantare un discorso sullo sviluppo, sull’unità, sui valori cristiani della nazione. Nanai lo destò da quel sogno ad occhi aperti con un evocativo: “Pinu’, Trapani ha bisogno di te”.

***

Pino aveva riflettuto tutta la notte sulla proposta di Nanai. La moglie, vedendolo agitarsi nel letto, pensava che il problema fossero le cozze alla cipolla della cena, nemico tanto cercato quanto odiato.
La mattina dopo, al solito bar, Nanai aveva avvicinato Pino stringendogli la mano: bagnata dalla solita rugiada della politica, la avvolgeva con entrambe le mani sfuggenti con un gesto che ricordava un antico saluto di una qualche dimenticata tribù indiana.
“Pino, Pino carissimo… allora, hai pensato alla mia offerta?”
Pino aveva gli occhi lucidi un po’ per l’emozione e un po’ per il caffé bollente che aveva tracannato mentre aveva visto avvicinarsi “l’onorevole” Nanai.
“Si, Nanai. Va bene.”
Un mondo di lustrini, tappeti rossi, macchine di servizio e giornalisti in pugno si era aperto davanti agli occhi sognanti di Pino.
“Facciamo così – lo risvegliò Nanai – vieni stasera al mio comitato elettorale, e col mio staff delineiamo le strategie elettorali, va bene? Sono contento, Pinu’!”
Un sorriso a 36 denti di cui 4 dorati si era stampato sul faccione del consigliere comunale. Pino non era ancora convinto al cento per cento, ma ci sarebbe mancato poco. Quella sera, nel comitato elettorale di Nanai in via Fardella 26, Pino era rimasto incantato dal televisore al plasma 46 pollici che trasmetteva, a rotazione continua, lo spot elettorale di Mario Russo detto Nanai. Il candidato, che aspirava al quinto mandato consecutivo, si faceva inquadrare mentre baciava teste di bambini come u presidente dell’America e stringeva le mani a degli impiegati comunali. Di sottofondo, “tupitupituttutu-ah-ah”, evocativa canzoncina adatta a tutti gli spot.
“Dobbiamo innanzitutto trovarti un soprannome. Fa colore, e rende il nome facile da ricordare”.
“Ma ce lo già un soprannome – risponde Pino alla giovane riccioluta Marcella, consulting imaging manager dell’onorevole Russo – Pino è l’abbreviazione di Giuseppe”.
“Ma che centra – replica focosa Marcella, accompagnata da Nanai che annuisce – un soprannome è un’altra cosa… facciamo così, sui volantini ci sarà ‘Pino Scaturro detto Turro’, si, mi sembra efficace”.
“Eh?”
Pino non era convinto, ma cambiò facilmente idea quando le cose si fecero più concrete. Diecimila “santini”, un comitato elettorale tutto suo, mille manifesti e un comizio.
“No, aspetta, il comizio no”. Nanai lo riportò bruscamente alla realtà.
“Ora non si fanno più i comizi”. Marcella guardava Pino come se venisse da Marte e non conoscesse le basi del vivere civile terrestre.
“Ora si fanno le convenscio”.
“Le conché?”
Le convention. Buffet libero, musica dal vivo, piante esotiche e un ospite di rango, solitamente un consigliere regionale amico di amici che in una sola giornata si girava sette o otto comitati elettorali, con rispettive convenscio.
E va bene, che convenscio sia. “Ma… a proposito di… come dire, di ideali… da che parte stiamo? E io da che parte sto? Nella lista tua, no?”, chiese Pino, ricordandosi finalmente dei dettagli fondamentali.
“Guarda – gli rispose serioso Nanai – sarai undicesimo nella lista. Questo vuol dire che contribuirai al grande progetto della mia lista, ‘La città da amare che vogliamo’ e che attraverso il premio di maggioranza alla soglia di sbarramento con 300 voti nostri e 200 degli alleati della lista ‘Noi ci stiamo’ potresti anche avere buone probabilità.”
“Ehm… va bene”. Pino non era certo di avere capito.
“Per il sindaco, ovviamente appoggiamo il sindaco uscente. Una persona integerrima e sicura di sé, che ha a cuore il bene della città”.
“Ma… Nanai, non avevate litigato sulla questione del campo da cricket in contrada Milo?” Pino si vedeva stravolto, davanti a sé, l’intero panorama politico locale.
“Tempi che furuno, Pinù, tempi che furuno!”

***

La vera riunione operativa sul futuro del candidato Pino lo aspettava a casa, dopo cena, con la moglie Maria Rosa. Seguendo i consigli dell’Onorevole, Pino si era trovato a ridimensionare l’intero bilancio familiare. Le spese per manifesti, volantini, e quant’altro, ovviamente, erano a carico del candidato. Se Maria Rosa aveva accolto con indifferenza l’idea della candidatura del marito, non si poteva dire lo stesso dell’idea di togliere metà dei risparmi per l’università della figlia e dei ritocchini alle quote-spesa-del-sabato, virate verso l’essenziale per le frittate di cipolla. La faccia della casalinga era diventata dello stesso colore dei capelli, frutto di una prodigiosa e del tutto casuale e non voluta mescolanza tra il prugna e il rosso.
Alla fine, dopo due ore di accesa discussione, Pino era giunto ad un comunication plan formidabile. Le spese per i volantini e i manifesti sarebbero state detratte dai fondi per l’affitto della casa a San Vito lo Capo (che inevitabilmente, quest’anno, saltava), meta ogni due anni di agognate vacanze, e dal fondo-studio della piccola Anna, fiduciosi che l’aspirazione della bambina di mollare gli studi e diventare cantante da X-Factor potesse restare negli anni dell’università.
Come comitato elettorale, sarebbe stato usato il negozio di Rosalia, la sorella parrucchiera di Maria Rosa.
“Maria, ma tua sorella mi odia! Chiederle un favore del genere significa che me la devo sopportare a casa nostra per tutti i prossimi natali, pasqua e capodanno!”
“Miii, e come fai, Pino! Che è meglio affittare un locale? Tranquillo, quando poi sarai consigliere comunale potremo permetterci qualche sfizio!” Maria Rosa, quando era andata a chiedere alla sorella il permesso di usare lo spazio del negozio come comitato elettorale, si sentiva un po’ una first lady. Rosalia faticava a riconoscere la sorella in quel tailleur verde acqua in stile Jaqueline Kennedy acquistato dai cinesi. La parrucchiera aveva dato l’assenso, ma a patto che gli sarebbe stato pagato un affitto e che per mezza giornata avrebbe potuto continuare a lavorare. Anche se c’era gente al comitato, Rosalia doveva portare la pagnotta a casa. Pino intanto era dal tipografo, amico di amici, a disperarsi sui preventivi dei manifesti e volantini elettorali, mentre il tipografo aggiungeva un altro nome alla lista di aspiranti politicanti da spennare, che da soli permettevano al business delle tipografie di guadagnare qualcosa in una città dove praticamente non esistono pubblicazioni su carta di alcun tipo.

***

Pino aveva perso. A nulla era valso spedire i propri figli, in improbabili orari notturni, ad incollare i manifesti su pareti, lamiere e cassonetti. Né era servito stampare 20 mila volantini (di cui più della metà ancora incelofanati a casa). A nulla era valso infervorarsi su argomenti che non conosceva nella convenscio che aveva tenuto a pochi giorni dalla chiusura dalla campagna nel comitato/coiffeur, a cui aveva preso parte l’onorevole Giulio Scarpozza, esimio deputato regionale, per la bellezza di 6 minuti continuativi, nei quali aveva parlato delle fogne in contrada Milo, del tema della famiglia minacciata dai ghei e del pericolo dei terroristi.

Pino era caduto in un vortice di depressione. Il suo mentore, Nanai Russo, era sparito. Non rispondeva a telefono, il suo portavoce/borse personale gli aveva fatto sapere che era impegnato in una crociera nelle isole Egadi per festeggiare la scontata rielezione. La moglie non perdeva l’occasione di ricordagli i tanti soldi spesi. Il figlio, le cui mani puzzavano ancora di colla, veniva deriso dagli amici. Finalmente, al bar, una settimana dopo le elezioni incrociò Nanai Russo, che gli offrì – per la prima volta – un caffé. I maligni dicevano di lui che era sparito per un po’ dalla circolazione per evitare le voci su presunte minacce agli elettori o compravendite di voti. Nanai, con la sua mano umidiccia sulla spalla di Pino, lo guardava con gli occhi con cui un padre comprensivo guarda un figlio che ha preso una brutta pagella.
“Traquillo, Pino. Hai fatto la tua parte per il sindaco e per la lista, e te ne siamo tutti grati.”
“Ma… ho speso un sacco di soldi, pensavo… Nanai, ho preso 5 voti! Mi hanno votato i miei genitori, mia moglie e la puliscale! Tu mi avevi detto che avresti…”
“Pino, ascoltami. Hai sbagliato strategia comunicativa. La comunicazione oggi è tutto, in politica! Ma non preoccuparti. Ti rifarai alle prossime elezioni.”
“Le prossime?”
(fine)

Letture estive

Non le mie, le vostre. Piccolo suggerimento: un raccontino da stampare e leggere sotto l’ombrellone (o sulla tazza del cesso o in ufficio o dovevoletevoi), che ho scritto per Pupidizuccaro.com dell’amico Tonino Pintacuda & Co. Spero vi piaccia.

Un cuore rattoppato con lo scotch. Il nastro adesivo a volere pensare a un’immagine romantica. Il whiskey, se si vuole essere concreti. Non era un’immagine patetica, come potrebbe sembrare. Nella mia testa il whiskey non solo annebbiava i pensieri ma mi faceva sembrare più forte di quanto fossi in quel momento.
Giulia aveva deciso di partire chissà quanti giorni fa, e aveva deciso di dirmelo quella stessa mattina. Eravamo in fila al supermercato, alla cassa. Avremmo dovuto comprare le solite quattro fesserie. Lei apre il portafogli, sbircio dentro (giuro, assolutamente per caso) e vedo delle sterline.

Continua qui.