Supermarket Mafia da oggi in libreria

È uscito oggi.
E siamo a quota quattro libri in un anno: Gli Ultimi giorni di Marco Pantani a febbraio, Primo a marzo, Que viva el Che Guevara in ottobre. E adesso questo libro-inchiesta (che saggio sembra una cosa pesante, libro-inchiesta ci fa sentire tutti un po’ savianesi, voi che leggete e noi che scriviamo).
Come ho fatto a pubblicare tanto in un anno? Si deve a un certo allineamento delgi astri, qualche botta di culo, parecchie serate davanti al computer sacrificando il sonno, e un po’ di preparazione in anticipo (Primo e Pantani, ad esempio, erano praticamente pronti a fine 2010).
Sarà di conforto per i portafogli dei miei fan e per la pace interiore dei miei detrattori che ci vorrà un po’ prima del prossimo libro. E mentre voi tirate un sospiro di sollievo, qui si comincia con la promozione! E debuttiamo in casa, sabato 3 dicembre, alle ore 17:30, alla Libreria Giunti di Trapani (in via Torrearsa… ‘a loggia, per intenderci). Modererà l’amico Giacomo Di Girolamo, autore proprio oggi di una bella lettera aperta, da giornalista in trincea, che vi invito a leggere.

Supermarket Mafia

Si chiamerà Supermarket Mafia – A tavola con Cosa Nostra. Non è un libro di ricette particolarmente indigeste. Non è una guida Michelin su Corleone o Secondigliano. Non è un libretto di istruzioni per montare solo le cucine comprate all’Ikea di Catania. È un saggio scritto da me medesimo, con il contributo di un po’ di gente tanto in gamba che svelerò più avanti, e uscirà a fine 2011 per la gloriosa casa editrice romana Castelvecchi. Il libro prende spunto dall’inchiesta sul “Re Mida dei supermercati” Giuseppe Grigoli che ho seguito qualche anno fa, quando facevo meno fumetti e più giornalismo, e studia le infiltrazioni delle mafie nella filiera ortofrutticola, dalla raccolta agli scaffali. C’è veramente tanta roba, ci lavoro da mesi ed è – per quanto mi risulta – il primo libro totalmente incentrato su questo tema. Quindi, auguratemi buona fortuna e incrociate le dita per me. Io, di mio, posso tenervi aggiornati sulla lavorazione e la data di uscita definitiva, che scrivere con le dita incrociate non è per niente facile.

"Allora, che si dice a Trapani?"

La mia città è balzata agli onori alla cronaca, una volta tanto, per questioni che non riguardano la mafia, visto che da qui (da Birgi, per la precisione) partono alcuni dei caccia verso la Libia. Agli amici che mi chiedono come si vive in questi giorni a Trapani, ho risposto con questo articolo per il mio blog su L’Unità: Qui a Trapani un F-16 non fa primavera.

Mafia da serie A

Visto che la vicenda è stata citata da Deaglio nel corso della presentazione a Torino, recupero questo vecchio pezzo dell’aprile del 2009 che anche se non è aggiornatissimo dal punto di vista giudiziario riassume una vicenda molto molto interessante (e attuale). Gli atti, in ogni caso, restano sempre quelli. Per le evoluzioni del caso, tenete d’occhio i giornali, visto che il 28 maggio la Corte di Cassazione ha stabilito la riapertura del processo.

Una mafia da serie A

Marcello Dell’Utri e il boss trapanese Virga “salvati” dalla prescrizione di un vecchio caso. L’accusa? Niente poco di meno che estorsione ai danni dell’allora presidente della Pallacanestro Trapani.

Prima di essere la vela lo sport preferito dei trapanesi (anche se qualche dubbio, a 5 anni dall’America’s Cup siciliana, comincia a sorgere) era la pallacanestro a farla da padrone nella città della falce.
Il Trapani Basket, tra gli anni ’80 e i ’90, veleggiava glorioso verso l’A2, con una capatina nella A1 nella stagione ’91-’92. Erano gli anni dell’allenatore Giancarlo Sacco, del playmaker Ciccio Mannella, dell’americano Reginald Johnson, del presidente Vincenzo Garaffa. E del marchio sulle canotte della birra Messina, alcolico sulla cui qualità soprassediamo, ma che aveva un promoter unico: il boss Vincenzo Virga (quello dell’assassinio di Rostagno, della Calcestruzzi Ericina, dell’omicidio del giudice Giacomelli e altro ancora).
Virga, in verità, più che alla birra era interessato ai soldi: si era presentato sul posto di lavoro del presidente Garaffa per minacciarlo, chiedendogli la metà del miliardo e mezzo di lire della sponsorizzazione stipulata tra Birra Messina e Trapani Basket grazie alla società Publitalia. Quest’ultima non si sarebbe accontentata del 10% della somma, quanto pattuito per la mediazione, ma esigeva di più, e lo esigeva in nero. E a mandare quell’estortore eccellente a casa Garaffa, sarebbe stato l’altrettanto eccellente presidente di Publitalia, Marcello Dell’Utri. Stando all’ordinanza di custodia cautelare, dell’Utri avrebbe “posto in essere una serie di atti, tutti diretti in modo non equivoco a commettere il delitto di estorsione, non riuscendo a commetterlo per cause indipendenti dalla propria volontà”. Sempre secondo i magistrati, l’ex collega di università di Berlusconi inizialmente si sarebbe “solamente” prodigato in un paternale suggerimento verso Garaffa che sembra quasi uscito da un libro di Mario Puzo: “Io le consiglio di ripensarci, – avrebbe detto – abbiamo uomini e mezzi che la possono convincere a cambiare opinione”. E davanti al rifiuto dell’imprenditore, avrebbe quindi usato il messaggero mafioso, che a Garaffa avrebbe ricordato di trovarsi lì per quel “debito” con gli “amici” milanesi.

Nell’ordinanza i giudici di Milano prevedevano inoltre che il procedimento si sarebbe potuto incastrare con un’altra avventura giudiziaria di Dell’Utri: il processo che lo vedeva accusato di concorso esterno in associazione mafiosa, le cui indagini erano partite nel ’94 e che al momento è fermo alla condanna in primo grado del dicembre 2004.
Nelle imputazioni del Pubblico Ministero si legge che Dell’Utri avrebbe “concorso nelle attività di Cosa Nostra nonché nel proseguimento degli scopi della stessa, mettendo a disposizione l’influenza e il potere derivanti dalla sua posizione di esponente del mondo finanziario e imprenditoriale, nonché dalle relazioni intessute nel corso della sua attività”. Il Pm accusava Dell’Utri di avere “partecipato personalmente ad incontri con esponenti anche di vertice di Cosa Nostra”, “di avere provveduto al ricovero di latitanti” nonché di intrattenere rapporti continuativi con gente del calibro dei boss Stefano Bontade e Totò Riina e “l’eroico” Vittorio Mangano. Insomma, una serie di rapporti che parrebbe difficile giustificare (se confermati in ultimo grado di giudizio) anche dopo la recente sentenza della Cassazione che stabilisce che pranzare con un mafioso non è indice di gravi indizi di concorso esterno. Intanto aspettiamo trepidanti di conoscere l’opinione della Corte su cene e colazioni.

La denuncia dell’ormai ex presidente della società cestistica ha portato a un lungo processo, sullo sfondo di una carriera politica costellata per Dell’Utri di successi (tra cui la fondazione di Forza Italia) e altri procedimenti penali, e invece per Garaffa di un’esperienza al Senato arenatasi al seguito delle sfortune del Partito Repubblicano. La cattiva sorte di quest’ultimo ha accompagnato quella della squadra, che è giunta al fallimento nel ’97 in condizioni finanziarie tutt’altro che rosee.
Di tanto in tanto, le notizie delle sentenze scuotevano le due parabole (ovviamente una ascendente, l’altra discendente). A Milano i giudici accertarono il fatto e in primo grado (maggio 2004) e secondo grado (maggio 2007) condannando Dell’Utri e Virga a due anni per tentata estorsione. In Cassazione, però, il giudizio viene cancellato, e rimesso a un’altra sezione della Corte d’Appello di Milano, dove viene decisa la derubricazione del reato: non più estorsione, ma “minaccia grave”. Un reato per il quale i tempi della prescrizione sono molto più brevi.

E così, lo scorso 14 aprile, Virga (in carcere dal 2001) e Dell’Utri (in Parlamento dal 1996) sono stati prosciolti per prescrizione del reato. Tutti contenti? No: Dell’Utri ci tiene a ricorrere, definisce la sentenza “pilatesca” e vuole dimostrare in tribunale che nemmeno il reato di minaccia esiste; Virga dal carcere di Parma dichiara di voler fare ricorso per Cassazione (forse perché ci tiene alla propria nomea?). E, chiaramente, nemmeno Garaffa è contento del risultato. Anche perché, a conti fatti, la prescrizione in Italia sembra il traguardo di molti avvocati, specie dall’accorciamento dei tempi grazie alla legge “ex Cirielli”.

C’è un grave malinteso, nel nostro paese, sul significato del termine “prescrizione”. I giornali e i politici vorrebbero farci credere che la prescrizione corrisponda ad un’assoluzione, ossia alla determinazione di innocenza dell’imputato. Dopo averci martellato con la frase dal retrogusto dell’ossimoro “assolto per prescrizione”, siamo stati portati a credere che imputati eccellenti come Andreotti o Berlusconi abbiano “vinto”. In realtà, la prescrizione è una causa di estinzione del reato, che interrompe il processo a carico dell’imputato dopo che è trascorso un determinato lasso di tempo dal fatto, solitamente proporzionale alla gravità dello stesso, ma non esprime un giudizio o un’assoluzione. Lo scopo è dunque di evitare, in un sistema spesso ingolfato, che la macchina giudiziaria continui a impegnare risorse per la punizione di reati commessi a distanza di molto tempo (ovviamente, non si applica a reati di particolare gravità).
Sarebbe lecito per i cittadini coscienziosi restare nel dubbio, specie quando ad usufruire della prescrizione troviamo individui la cui morale desidereremmo intatta e la coscienza indubbiamente pulita. Quando deputati, senatori, ministri e premier collezionano prescrizioni come se fossero figurine dei calciatori – pardon, dei cestisti – mantenendosi in quel limbo tra innocenza e colpevolezza (non giuridica, per carità), ci si dovrebbe aspettare titoli in prima pagina e scene da Oscar nei telegiornali. Invece la prescrizione dei soliti reati – corruzione, estorsione, bancarotta fraudolenta, finanziamenti illeciti, etc – che sembrano quasi di moda in quel di Montecitorio è ormai prassi. Tanto da passare quasi inosservata, caso dopo caso. Come questo caso, che tra l’altro, non manca di affiancare il nome di una delle figure di spicco della seconda Repubblica a quello di uno dei mafiosi più noti e spietati degli ultimi trent’anni.

(articolo pubblicato originariamente su L’Isola Possibile dell’aprile 2009)

Letture estive

Non le mie, le vostre. Piccolo suggerimento: un raccontino da stampare e leggere sotto l’ombrellone (o sulla tazza del cesso o in ufficio o dovevoletevoi), che ho scritto per Pupidizuccaro.com dell’amico Tonino Pintacuda & Co. Spero vi piaccia.

Un cuore rattoppato con lo scotch. Il nastro adesivo a volere pensare a un’immagine romantica. Il whiskey, se si vuole essere concreti. Non era un’immagine patetica, come potrebbe sembrare. Nella mia testa il whiskey non solo annebbiava i pensieri ma mi faceva sembrare più forte di quanto fossi in quel momento.
Giulia aveva deciso di partire chissà quanti giorni fa, e aveva deciso di dirmelo quella stessa mattina. Eravamo in fila al supermercato, alla cassa. Avremmo dovuto comprare le solite quattro fesserie. Lei apre il portafogli, sbircio dentro (giuro, assolutamente per caso) e vedo delle sterline.

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