Non sono tutti uguali. Di sfascismi e altra attualità

marchesedelgrillo

Lo spunto, quello che mi ha aiutato a mettere in ordine settimane di riflessioni, è questo: E la capogruppo alla Camera scivolò sull’elogio del fascismo. Qui l’originale per chi non si fida del pericoloso quotidiano bolscevico.

«Da quello che conosco di Casapound, del fascismo hanno conservato solo la parte folcloristica (se vogliamo dire così), razzista e sprangaiola. Che non comprende l’ideologia del fascismo, che prima che degenerasse aveva una dimensione nazionale di comunità attinta a piene mani dal socialismo, un altissimo senso dello stato e la tutela della famiglia».

Il folklore del saluto romano. O perché no, l’hobby del pestaggio. O il capriccio della spranga. Ma anche il diletto dell’omofobia, le antiche radici del razzismo.

Ecco. Non è vero che non esistono più destra e sinistra. Perché la destra fascista, in Italia, ha una connotazione storica, sociale e politica da cui non si può prescindere. Ha un’impronta nella memoria fatto di gravità che il continuare a derubricare e minimizzare ha portato solo a sdoganare i Casa Pound, i leghisti, le ronde. Ed essere di sinistra significa essere contro il fascismo. E quelli che ho votato finora in vita mia (e certamente molti dentro il Movimento 5 Stelle) sono sicuro che condividono posizioni atavicamente di sinistra come l’antifascismo. E condivideranno con me tutto quello che è l’opposto di quello che si dice gridando alla pancia fascista: questioni di diritti, di solidarietà sociale, di parità verso gli stranieri che siano biondi vichinghi wagneriani o congolesi massacrati. Per questo non ho votato M5S. Perché sono di sinistra.

Il mio disagio si racchiude nelle righe più su, che sono conseguenza della nascita di un partito secondo le autocandidature sul web, non da una radice di ideali (sono un povero illuso, lo so, eh). Dunque, il mio disagio che ho lasciato scappare con battutacce su Facebook o su Twitter si spiega così. E va oltre le polemiche anche gravi sulla libertà di coscienza dei parlamentari, sui tagli diversi da quelli proclamati ai propri stipendi, sull’irresponsabilità istituzionale che ci riporterà presto al voto anche se non possiamo permettercelo. Sulla pochezza delle proposte in temi di diritti o le assurdità come i referendum (on line!!!) per uscire dall’Euro o l’idea malsana di non pagare il debito pubblico come se vivessimo su Marte. Su quel “vaffanculo” a mitraglia che è lo stesso tipo di argomentazione politica che permetterebbe anche al mio panellaro di fiducia di ottenere consenso, sulle primarie fatte con i click su youtube e i diktat da guru. E parliamoci chiaro, è quell’ingrediente magico che ha portato il movimento da essere cosa per pochi attivisti preparati a fenomeno di massa dell’indignazione collettiva.

Quelle considerazioni su Casa Pound della neo-capogruppo alla Camera (coerenti con quelle del “megafono” Grillo di pochi giorni prima, che più che megafono oggi pare un vecchio dirigente dell’apparato di partito, altroché) porterebbero quasi a dividere tra “noi e loro” anche se quella galassia è così variegata che non si possono tracciare linee. E quelle considerazioni sono il succo amaro della questione.

Si dice, e lo dico anche io con piacere, che molti dei parlamentari a 5 stelle sono giovani, donne, laureati. Ma essere una giovane donna laureata non ti impedisce di dire idiozie. Tra l’altro ho conosciuto un po’ di vecchi uomini con la terza media  che certe cose sui sedicenti post fascisti non oserebbero mai dirle. Forse perché il fascismo l’hanno provato sulla loro pelle. Mentre noi ancora no (anche se ce la mettiamo tutta).

Disclaimer/post scriptum a prova di grillino: se quelle cose le avesse scritte un parlamentare di un altro partito, l’indignazione sarebbe stata la stessa. Dopotutto, lo scegliere di votare qualcuno di diverso da Berlusconi e soci, in passato, non mi ha certo impedito di parlarne e sparlarne (e forse straparlarne). Non è lo stesso, certo. Così come i partiti oggi hanno bisogno di cambiamento, che molte lotte del M5S sono sacrosante e le condivido da tempi non sospetti, che gli inciucisti ci stanno eccome anche nelle fronde più insospettabili dei “vecchi partiti” e i voltagabbana e i venduti pure. Se però ci si professa duri e puri e si grida ai quattro venti che “sono tutti uguali” e che “destra e sinistra non esistono più” allora ci si dipinge un enorme bersaglio sulla capoccia.

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Quella volta che Renzi vinse

Quando dall’Unità mi hanno chiesto di scrivere qualcosa su Mumble mumble sul tema delle primarie del centrosinistra, ho pensato subito di approfittare della forma atipica del blog per osare. Quindi ho tentato qualcosa di diverso dal solito commento o corsivo. Ecco il risultato (che pare sia piaciuto). Buon ballottaggio a tutti.

2050, fuga dalle primarie

Aldo McNamara, lo spin doctor del sindaco di Mega City Livorno (la megalopoli coincidente con la provincia di Livorno-Pisa-Lucca) era arrivato in ritardo. Una manifestazione di esodati lo aveva trattenuto sulla FIPILI per più di un’ora. La sua Marchionne VI, l’auto ibrida a benzina e carbone più cara sul mercato, lo aveva finalmente condotto nella sede del comitato elettorale centrale, in viale Obama angolo via Craxi. Aveva abbandonato la tranquillità delle campagna che si era concesso nelle ultime 24 ore per gettarsi a testa bassa nella giornata che attendeva da più di un anno: 25 novembre 2050, il giorno delle primarie del centrosinistra. Il sindaco Hu Wang lo aspettava picchiettando con le dita sulla scrivania, nel suo ufficio al comitato, tra motti e gigantografie alle pareti.

– Allora, hai i primi dati?
– No, non ancora. Solo voci.
– Ce li ho io. Siamo dietro al vecchio di otto punti percentuale.
– Otto? Otto… Possiamo ancora farcela.
Il sindaco Wang sbuffò, si slacciò la cravatta, e in un attimo sembrò invecchiare di cinque anni. All’improvviso, non sembrava più il candidato più giovane alle primarie.
– Col cazzo che possiamo. Il finocchio ci tallona, è a tre punti sotto di noi. Ci ha fregati con quella storia della liberalizzazione delle droghe pesanti.
– Aspe’, ho gli exit poll di Pagnoncelli, qui sul palmare.
Aldo controllava il microschermo del palmare toccandolo con la consueta sensualità.
– Hai ragione. Però la femmina non ha manco il 5 percento, il pospostpostdemocristiano è al 7.
– Che me ne fotte? Lo sai dove punto. Io non volevo arrivare al ballottaggio, porca della p–
La porta si aprì con uno schianto, le due veline entrarono sfregandosi le braccia per il freddo. Non era il caso di girare in bikini a novembre, ma erano esigenze di marketing.
– C’è qui uno della Terza Repubblica, quel giornale di postpostpostcomunisti. Dice che ha saputo dei nostri cartelloni subliminali 7×2 e minaccia di scriverne sul giornale.
McNamara corse dal giornalista, lasciando il sindaco solo. Dietro si lui, campeggiava il motto della campagna elettorale: grossi caratteri verdi sopra il logo del “Post Partito Democratico”, il PPD: “SPACCHIAMO TUTTO”. Il programma sulla scrivania, con i suoi cinque punti, gli era capitato sotto gli occhi e lo aveva ipnotizzato: TAV – EUROPA – AMORE – NO IMU – CIVIL PARTNERSHIP.
Quando tornò a guardare l’orologio sulla scrivania, sembravano essere passati pochi minuti, invece era già mezzanotte. Mandò un poke telepatico ad Aldo, che giunse correndo, sudato, con la camicia inzuppata.
– Allora?, gli chiese.
– Niente. Abbiamo perso. Ancora una volta il vecchio ce l’ha fatta. Ha vinto di nuovo Renzi.
Il sindaco Hu Wang, italocinese, 32 anni, due figli, prese il palmare, telefonò al nuovo candidato premier e si congratulò. Posato il telefono, tra sé e sé cominciò subito a consolarsi: tra un anno si sarebbe certamente tornati a votare. La coalizione con l’Udc non avrebbe retto.

(pubblicato originariamente il 24 novembre a questo link: http://mumblemumble.comunita.unita.it/2012/11/23/2050-fuga-dalle-primarie/)

U’ candidatu, un raccontino

Quello che segue è un racconto pubblicato a puntate sulla prima versione del Warbulletin, su blogspot, scritto di getto durante la campagna elettorale delle scorse amministrative. Lo ripropongo, leggermente riveduto e corretto.

Pino s’è diplomato al nautico trent’anni fa, fa l’impiegato al catasto e ha due figli. Pino conduce una vita che – ordinariamente – si potrebbe definite ordinaria, ama abbastanza la moglie Maria Rosa e sopporta a dovere i figli Claudio, che frequenta saltuariamente la facoltà di Giurispudenza, e la piccola Anna, prima media. Pino un mese fa è stato avvicinato da Mario Russo, detto Nanai (nessuno ha mai capito la relazione tra nome e diminutivo), consigliere comunale passato con disinvoltura, negli ultimi 5 anni, dall’Udc ai socialisti fino al nuovo movimento “La città da Amare che vogliamo”, insieme a trasfughi del Pd e di Forza Italia. Da un mesetto Nanai era diventato molto simpatico nei confronti di Pino. Innanzitutto, per strada lo salutava. Quando Pino s’era visto arrivare “l’onorevole” (strano appellativo per un consigliere comunale, ma tant’è), mentre era al bar a prendere il caffé, gli ha detto subito: “Tranquillo, Nana’, per te voto”. Ma Nanai non era lì per questo. Senza neppure il tempo di finire di sorseggiare il caffé, Pino si trovò la mano sudaticcia di Nanai sulla spalla. Con la tazzina calda appoggiata alle labbra, si sentì dire: “Pino, Pinuzzo… hai mai pensato di entrare in politica?”. Pino sul momento era rimasto immobile. I suoi occhi sembravano fissi sul porro sul mento di Nanai, ma in verità la sua mente era da tutt’altra parte. Già si vedeva, in giacca e cravatta, le stesse del matrimonio di quel cugino di Marsala di cui non ricorda mai il nome e della tizia soprannominata affettuosamente “Arancina chi’ pere”. Già si vedeva, con la bandiera italiana e quella dell’Unione Europea ai lati, davanti una scrivania in rovere con decorazioni in oro, decantare un discorso sullo sviluppo, sull’unità, sui valori cristiani della nazione. Nanai lo destò da quel sogno ad occhi aperti con un evocativo: “Pinu’, Trapani ha bisogno di te”.

***

Pino aveva riflettuto tutta la notte sulla proposta di Nanai. La moglie, vedendolo agitarsi nel letto, pensava che il problema fossero le cozze alla cipolla della cena, nemico tanto cercato quanto odiato.
La mattina dopo, al solito bar, Nanai aveva avvicinato Pino stringendogli la mano: bagnata dalla solita rugiada della politica, la avvolgeva con entrambe le mani sfuggenti con un gesto che ricordava un antico saluto di una qualche dimenticata tribù indiana.
“Pino, Pino carissimo… allora, hai pensato alla mia offerta?”
Pino aveva gli occhi lucidi un po’ per l’emozione e un po’ per il caffé bollente che aveva tracannato mentre aveva visto avvicinarsi “l’onorevole” Nanai.
“Si, Nanai. Va bene.”
Un mondo di lustrini, tappeti rossi, macchine di servizio e giornalisti in pugno si era aperto davanti agli occhi sognanti di Pino.
“Facciamo così – lo risvegliò Nanai – vieni stasera al mio comitato elettorale, e col mio staff delineiamo le strategie elettorali, va bene? Sono contento, Pinu’!”
Un sorriso a 36 denti di cui 4 dorati si era stampato sul faccione del consigliere comunale. Pino non era ancora convinto al cento per cento, ma ci sarebbe mancato poco. Quella sera, nel comitato elettorale di Nanai in via Fardella 26, Pino era rimasto incantato dal televisore al plasma 46 pollici che trasmetteva, a rotazione continua, lo spot elettorale di Mario Russo detto Nanai. Il candidato, che aspirava al quinto mandato consecutivo, si faceva inquadrare mentre baciava teste di bambini come u presidente dell’America e stringeva le mani a degli impiegati comunali. Di sottofondo, “tupitupituttutu-ah-ah”, evocativa canzoncina adatta a tutti gli spot.
“Dobbiamo innanzitutto trovarti un soprannome. Fa colore, e rende il nome facile da ricordare”.
“Ma ce lo già un soprannome – risponde Pino alla giovane riccioluta Marcella, consulting imaging manager dell’onorevole Russo – Pino è l’abbreviazione di Giuseppe”.
“Ma che centra – replica focosa Marcella, accompagnata da Nanai che annuisce – un soprannome è un’altra cosa… facciamo così, sui volantini ci sarà ‘Pino Scaturro detto Turro’, si, mi sembra efficace”.
“Eh?”
Pino non era convinto, ma cambiò facilmente idea quando le cose si fecero più concrete. Diecimila “santini”, un comitato elettorale tutto suo, mille manifesti e un comizio.
“No, aspetta, il comizio no”. Nanai lo riportò bruscamente alla realtà.
“Ora non si fanno più i comizi”. Marcella guardava Pino come se venisse da Marte e non conoscesse le basi del vivere civile terrestre.
“Ora si fanno le convenscio”.
“Le conché?”
Le convention. Buffet libero, musica dal vivo, piante esotiche e un ospite di rango, solitamente un consigliere regionale amico di amici che in una sola giornata si girava sette o otto comitati elettorali, con rispettive convenscio.
E va bene, che convenscio sia. “Ma… a proposito di… come dire, di ideali… da che parte stiamo? E io da che parte sto? Nella lista tua, no?”, chiese Pino, ricordandosi finalmente dei dettagli fondamentali.
“Guarda – gli rispose serioso Nanai – sarai undicesimo nella lista. Questo vuol dire che contribuirai al grande progetto della mia lista, ‘La città da amare che vogliamo’ e che attraverso il premio di maggioranza alla soglia di sbarramento con 300 voti nostri e 200 degli alleati della lista ‘Noi ci stiamo’ potresti anche avere buone probabilità.”
“Ehm… va bene”. Pino non era certo di avere capito.
“Per il sindaco, ovviamente appoggiamo il sindaco uscente. Una persona integerrima e sicura di sé, che ha a cuore il bene della città”.
“Ma… Nanai, non avevate litigato sulla questione del campo da cricket in contrada Milo?” Pino si vedeva stravolto, davanti a sé, l’intero panorama politico locale.
“Tempi che furuno, Pinù, tempi che furuno!”

***

La vera riunione operativa sul futuro del candidato Pino lo aspettava a casa, dopo cena, con la moglie Maria Rosa. Seguendo i consigli dell’Onorevole, Pino si era trovato a ridimensionare l’intero bilancio familiare. Le spese per manifesti, volantini, e quant’altro, ovviamente, erano a carico del candidato. Se Maria Rosa aveva accolto con indifferenza l’idea della candidatura del marito, non si poteva dire lo stesso dell’idea di togliere metà dei risparmi per l’università della figlia e dei ritocchini alle quote-spesa-del-sabato, virate verso l’essenziale per le frittate di cipolla. La faccia della casalinga era diventata dello stesso colore dei capelli, frutto di una prodigiosa e del tutto casuale e non voluta mescolanza tra il prugna e il rosso.
Alla fine, dopo due ore di accesa discussione, Pino era giunto ad un comunication plan formidabile. Le spese per i volantini e i manifesti sarebbero state detratte dai fondi per l’affitto della casa a San Vito lo Capo (che inevitabilmente, quest’anno, saltava), meta ogni due anni di agognate vacanze, e dal fondo-studio della piccola Anna, fiduciosi che l’aspirazione della bambina di mollare gli studi e diventare cantante da X-Factor potesse restare negli anni dell’università.
Come comitato elettorale, sarebbe stato usato il negozio di Rosalia, la sorella parrucchiera di Maria Rosa.
“Maria, ma tua sorella mi odia! Chiederle un favore del genere significa che me la devo sopportare a casa nostra per tutti i prossimi natali, pasqua e capodanno!”
“Miii, e come fai, Pino! Che è meglio affittare un locale? Tranquillo, quando poi sarai consigliere comunale potremo permetterci qualche sfizio!” Maria Rosa, quando era andata a chiedere alla sorella il permesso di usare lo spazio del negozio come comitato elettorale, si sentiva un po’ una first lady. Rosalia faticava a riconoscere la sorella in quel tailleur verde acqua in stile Jaqueline Kennedy acquistato dai cinesi. La parrucchiera aveva dato l’assenso, ma a patto che gli sarebbe stato pagato un affitto e che per mezza giornata avrebbe potuto continuare a lavorare. Anche se c’era gente al comitato, Rosalia doveva portare la pagnotta a casa. Pino intanto era dal tipografo, amico di amici, a disperarsi sui preventivi dei manifesti e volantini elettorali, mentre il tipografo aggiungeva un altro nome alla lista di aspiranti politicanti da spennare, che da soli permettevano al business delle tipografie di guadagnare qualcosa in una città dove praticamente non esistono pubblicazioni su carta di alcun tipo.

***

Pino aveva perso. A nulla era valso spedire i propri figli, in improbabili orari notturni, ad incollare i manifesti su pareti, lamiere e cassonetti. Né era servito stampare 20 mila volantini (di cui più della metà ancora incelofanati a casa). A nulla era valso infervorarsi su argomenti che non conosceva nella convenscio che aveva tenuto a pochi giorni dalla chiusura dalla campagna nel comitato/coiffeur, a cui aveva preso parte l’onorevole Giulio Scarpozza, esimio deputato regionale, per la bellezza di 6 minuti continuativi, nei quali aveva parlato delle fogne in contrada Milo, del tema della famiglia minacciata dai ghei e del pericolo dei terroristi.

Pino era caduto in un vortice di depressione. Il suo mentore, Nanai Russo, era sparito. Non rispondeva a telefono, il suo portavoce/borse personale gli aveva fatto sapere che era impegnato in una crociera nelle isole Egadi per festeggiare la scontata rielezione. La moglie non perdeva l’occasione di ricordagli i tanti soldi spesi. Il figlio, le cui mani puzzavano ancora di colla, veniva deriso dagli amici. Finalmente, al bar, una settimana dopo le elezioni incrociò Nanai Russo, che gli offrì – per la prima volta – un caffé. I maligni dicevano di lui che era sparito per un po’ dalla circolazione per evitare le voci su presunte minacce agli elettori o compravendite di voti. Nanai, con la sua mano umidiccia sulla spalla di Pino, lo guardava con gli occhi con cui un padre comprensivo guarda un figlio che ha preso una brutta pagella.
“Traquillo, Pino. Hai fatto la tua parte per il sindaco e per la lista, e te ne siamo tutti grati.”
“Ma… ho speso un sacco di soldi, pensavo… Nanai, ho preso 5 voti! Mi hanno votato i miei genitori, mia moglie e la puliscale! Tu mi avevi detto che avresti…”
“Pino, ascoltami. Hai sbagliato strategia comunicativa. La comunicazione oggi è tutto, in politica! Ma non preoccuparti. Ti rifarai alle prossime elezioni.”
“Le prossime?”
(fine)

Il Movimento 5 Panelle

Aggiornamento: sarà perché è unta, ma la situazione c’è quasi sfuggita di mano! Merito dei potenti mezzi di Facebook: il Movimento 5 Panelle continua la sua storia nella pagina ufficiale.

***

Il 6 e 7 maggio si voterà a Trapani, Erice, Marsala e Palermo, tra gli altri posticini. Mi sento già accerchiato, e confesso, anche un po’ tirato per la giacchetta. Per questo, con il buon Nico Blunda e il silenzio assenso di Giuseppe Lo Bocchiaro abbiamo deciso di prendere in mano la situazione.

Comunicato Stampa

Mettiamo finalmente a tacere mesi di illazioni, voci di corridoio, malizie e provocazioni. Posso finalmente svelare che io e Nico Blunda siamo i promotori di una lista civica che concorrerà alle prossime elezioni comunali a Trapani e a Erice. Si chiama Movimento 5 Panelle, è più che un partito, ma un’organizzazione spudoratamente devota all’arricchimento (dello spirito) e al potere (della panza). Si tratta di un movimento trasversale, che prende i problemi di pancia, parla con lo stomaco e vorrebbe finire sulla bocca di tutti. Non siamo ancora alleati con nessun partito, proprio perché vogliamo allontanarci dai soliti schemi: non ne possiamo più di questa destra che resta la destra di un tempo e di questa sinistra che resta la destra di un tempo. Non ci interessa né una grande città né una città grande: solamente una città degna di essere chiamata tale. Non abbiamo simpatie né per gli estremismi ideologici né per quelli scatologici, né per le prese di posizione inamovibili come un furgoncino a San Giuliano: tutto sommato ci interessa solo mangiare il nostro panino al bar, in santa pace. A breve, comunicheremo le date per le primarie di colazione, che si svolgeranno un mese prima delle elezioni dalle 7:30 alle 10 nei migliori bar delle due città. I candidati verranno rivelati prossimamente. Come detta ormai l’agenda politica locale, tutte le comunicazioni verranno svolte solo ed esclusivamente sui social network, dove è notoriamente più facile litigare e cancellare gli amici fingendo che non siano mai esistiti.

Buona giornata,
Il coordinamento internazionale del Movimento 5 Panelle

Comunicato Stampa II

Noto con piacere grande curiosità verso il Movimento 5 Panelle, anche dagli amici di Palermo. Molti ci chiedono chi appoggeremo alle Primarie del Centrosinistra palermitano. Ecco, per quanto possa essere figo poter dire “A Palermo abbiamo un Faraone”, non ci sbilanciamo ancora. Molto dipende da cosa si deciderà al congresso fissato per il 15 marzo tra il nostro Movimento e gli amici del Partito Popolare della Meusa, già noto in tutto il capoluogo per i dirompenti adesivi diffusi per la città con scritto “Massaggiatrice discreta riceve con calma dalle 21:00 alle 1:00 senza dignità”.
Ne approfitto per salutare il leader del Partito Popolare della Meusa, l’architetto dott. Giuseppe Lo Bocchiaro.

Cordialmente,
Il coordinamento internazionale del Movimento 5 Panelle

Di forconi, forcaioli e forchette vuote

FORCONI

A me i forconi ricordano quei film del terrore (o Frankenstein Jr.) dove la folla bigotta e razzista, armata di torce, pale e – appunto – forconi, andava sotto il castello del mostro incompreso decisa a fargliela pagare per la sua stessa esistenza. Era una folla chiassose, motivata dagli istinti più bassi, impossibile da placare perché totalmente irragionevole.

Qui in Sicilia, agricoltori e pescatori, strozzati da una globalizzazione che non è stata sfruttata in entrambi i sensi (continuiamo a esportare troppo poco) e con le casse dei finanziamenti europei ormai asciutte, hanno accompagnato in questi giorni gli autotrasportatori in sciopero. Tre categorie con esigenze e bisogni specifici, che però, a sentire i portavoce, parlavano a nome “di tutto il popolo siciliano”. Sembrava una replica più assolata delle proteste per le quote latte in salda padana, con i capipopolo ugualmente secessionisti, ugualmente più “popolo” che “capi”, incazzati con “Roma ladrona”. Il tutto, coerente con un classico vittimismo siciliano, che alternato alla rassegnazione del “calati iunco chi passa la china”, scandisce le giornate di noi isolani. Le figure che si sono avvicendate dietro i microfoni, per quanto apprezzabili nella loro ingenuità di cui si sentiva un po’ la mancanza, hanno ceduto a un populismo perfettamente assimilabile a quello degli stessi politici che criticavano. Gli slogan erano quelli del politicante di borgata, magari elevato a deputato regionale. Quello che dice “ora diciamo basta, in nome del popolo siciliano, siamo stanchi, per la nostra dignità, diciamo basta a questi politici” che sono, generalmente, “farabutti, ladri, criminali”. “Dignità, basta, stanchi”: il siciliano lo ripete come un mantra dal dopoguerra in poi, salvo poi svendersi per un tozzo di pane dalle mani del Cuffaro o del Berlusconi di turno. Per poi tornare a lamentarsi. Che volete farci, mi brucia ancora l’esperienza della bruciante sconfitta elettorale di Rita Borsellino, simbolo dell’antimafia, davanti a Cuffaro, in quel secondo mandato stroncato dalla condanna e dai cannoli.

Foto da http://www.fattidicronaca.it

In strada ci sono padri di famiglia afflitti, magari spronati da ex esponenti dell’Mpa in cerca di redenzione, scilipotiani dell’ultima ora, Zamparini in cerca di consenso politico, personaggi in odore di mafia, e affiancati poi da movimenti di estrama destra e confusa sinistra, anche studenteschi, in cerca della rivoluzione purché ci sia da fare la rivoluzione. Quella gridata, non delle coscienze ma dello stomaco. Quindi destinata a durare quanto una digestione.

FORCAIOLI

Fa un po’ sorridere ma anche riflettere quella somiglianza di linguaggio tra il camionista e il deputato. Fanno sorridere le istanze autonomiste, retaggio di quel vittimismo radicato storicamente, che torna indietro di 150 e ci vede a torto o a ragione invasi o conquistati, in ogni caso sconfitti. Unl “si stava meglio quando si stava peggio” che osa rimpiangere Borboni, onore, latifondisti, mafiosi d’altri tempi (che sempre mafiosi erano). Altrettanto storicamente, tra Cassa del Mezzogiorno e Svimez vari, ma soprattutto con lo Statuto Speciale, la Sicilia ha mandato a monte le proprie occasioni di arricchimento o di smarcarsi dal governo centrale. Per non parlare dei fondi da Agenda 2000 in poi. Gestiti sempre in maniera clientelare e caritatevole (come la Cassa), per favorire gli amici, tappare i buchi o gestire le emergenze del momento, senza mai ragionare sul lungo termine, quel modo di ragionare che serve in settori come l’agricoltura e la pesca. Sulle forche, una sedicente maggioranza dei siciliani vuole mettere i politici nazionali e poi magari anche quei deputati regionali che fino all’altro ieri si circuivano per un favore, “tanto fanno tutti così, tanto o così o niente”. C’è stato, per decenni, accattonaggio di voti e favori, malgoverno ed esaltazioni di mafiosi. Che nazione sarebbe una nazione come questa? Una nazione, è giusto ricordarlo, dove il principale partito di sinistra continua ad appoggiare i centristi dell’Mpa, al governo regionale, l’Udc in alcuni comuni, tenendosi ben lontano da quelle proteste che volendo, circostanziate e ordinate anche grazie ai partiti, prenderebbero senso. Se i partiti facessero il loro dovere, ovvio.

Un distributore di benzina preso d'assalto a Palermo (foto ANSA)

Ma perché allora questa rivoluzione della minoranza qui e ora? La gente è esasperata dappertutto, specie in quelle regioni dove gli operai in fabbrica licenziati sono molti di più e gli stagionali della forestale molto di meno. Semplice, basta appellarsi a ‘sta sacrosanta dignità ritrovata, indicare come colpevoli del malessere gli “altri”: la Roma ladrona, i Savoia, i massoni, gli inglesi, i Savoia di nuovo, Monti, l’Anticristo e Godzilla. La benzina è cara, è ingiustamente cara, e qua non ci piove. Le raffinerie hanno devastato le nostre coste, puntualmente provano a trivellare i nostri mari, dovremmo avere una sorta di risarcimento, vista anche la posizione di svantaggio nello Stivale, no? Vero anche che accise regionali contribuiscono, come per Irpef e balzelli vari. Ma è più comodo prendersela con Roma, che con il deputato dietro casa. Non che i siciliani in parlamento facciano bella figura, o che non meritino altrettante critiche. Anzi, solitamente rappresentano solo ottimi scaldapoltrone, quando presenti, solitamente per salvare qualche camorrista dalle forche dei giudici o inventare nipoti a Mubarack. Ma le giuste pretese su carburante e logistica si perdono in un mare di “dignità, basta, stanchi”. E soprattutto vengono dimenticati vista la scelta dei metodi: questa non è rivoluzione, è rabbia e basta.

Foto scattata nel reparto latte di un supermarket a Trapani, al quinto giorno di sciopero

FORCHETTE VUOTE

Dicevo “rivoluzione della minoranza”, e sono i numeri – banalmente – a parlare. Certo, poi ci sono i rivoluzionari di Facebook, che al sicuro della loro stanzetta, senza avere mai visto un corteo manco in fotografia, condividono i link dell’indignazione. Quelli che digitano, ancora oggi, cose tipo “dignità, basta, stanchi” accompagnati da “condividi se hai il coraggio” e “i Tg non ne parlano”. Nel frattempo i Tg, tra un declassamento di S&P e un colosso che naufraga, ne cominciano a parlare, e insieme ai social network alimentano la psicosi collettiva. È la solita “profezia autoavverante”: spargi la voce che la benzina finirà, tutti andranno a fare benzina, e la benzina finirà… Cosa che non sarebbe successo se tutti avessimo continuato a usare normalmente il carburante. Con esagerazioni da una parte e dall’altra. Un benzinaio, a Trapani, oggi ha osato imporre come prezzo 2 € al litro. La folla in fila, fortunatamente non armata di forconi, dopo accese discussioni ha pensato bene di pestarlo (mossa forse più istintiva di una telefonata alla finanza). Ho girato tra Trapani e Palermo in questi giorni e i disagi al traffico li ho visti causare dagli automobilisti in terza e quarta fila per riempire vari bidoni. O davanti ai supermarket, cosa che mi ha ricordato le psicosi pre Guerra del Golfo. Toccagli il mangiare, al siciliano, che lo scateni.

Con 5 giorni di sciopero, aiutati dai passaparola digitali e analogici, i manifestanti hanno:
– arricchito le stesse compagnie petrolifere che criticano;
– messo in ginocchio l’import-export già traballante;
– demandato ad altri i disagi che loro stessi avrebbero dovuto causare (vedi blocchi al traffico).
Il tutto con una posizione di forza che ricorda l’estorsione, con casi eclatanti come quello del trasporto di midollo dall’ospedale Civico di Palermo o le testimonianze di negozianti intimiditi a Lentini.
Piccolo inciso: ieri ai tg un organizzatore, il per niente apolitico Martino Morsello, tranquillizzava: garantiremo il carburante per “forze dell’ordine, ambulanze, anziani in dialisi, mamme” etc. Non ho capito, chiederanno il curriculum?
Intanto, la psicosi si autoalimenta, cresce la rabbia, e non si sa più se appoggiare questi forcaioli di cui non si capisce bene il messaggio o se incazzarsi e basta. Giusto per creare una ulteriore folla di gente affamata e arrabbiata con il mondo. Le cui giuste lamentele si perderanno tra i disagi e il populismo. E che alle prossime elezioni, temo, tornerà a votare i buffoni con cui condivide gli slogan “dignità, basta, stanchi”.

Foto da http://www.giovannivillino.it

Sarebbe bello vedere i siciliani (ma che dico, gli italiani) proporre altri tipi di sciopero. Smettere di comprare la verdura al supermercato e recarsi solo nei mercati ortofrutticoli rionali, lasciare a casa l’auto e muoversi in bici per andare al lavoro o a piedi per le passeggiate (perché qui da noi si passeggia anche in macchina). Rifiutare i 25 € per il voto da svendere, acquistare solo pesce dei nostri mari e non dall’adriatico. Sarà molto più difficile, forse anzi è impossibile perché è meno comodo che gridare “basta”… e basta.

Ps: che volete farci, sarò nella fase fatalista…