#JesuisCharlie

Oggi è accaduto un fatto terribile, di portata storica, che non può che far rabbrividire e incazzare chi, come me, opera nel campo della comunicazione, del giornalismo e – non ultimo – dei fumetti.

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Fiamme e svastiche alla Libreria Grizzly

So che nella “Libreria indipendente” che stava nascendo allo spazio autogestito Grizzly di Fano c’erano anche libri che portavano la mia firma. Se già la notizia che un raid firmato con svastiche e “dux” sia stato accompagnato da un rogo di libri mette i brividi e fa rabbia, immaginate come mi possa sentire. Niente comunque di paragonabile a quanto in questi giorni stanno vivendo gli amici di Fano, organizzatori tra le altre (tante) cose del Festival dell’Editoria Indipendente. Massima solidarietà e l’augurio che non demordano.

Nazionale Mediterraneo

Totti ha il viso un po’ ammaccato ma ride di gusto mentre gioca a pallone con un supersantos blu. C’è del Piero versione Juventus che è un bravissimo ballerino e si ostina a spiegarti i passi anche se sei un pezzo di legno come me. Robinho in maglia Milan è un ragazzone alto e di bell’aspetto. Zidane è uno dei più piccoli, con la maglia della nazionale francese, e sarà un caso ma è l’unico a spiccicare qualche parolina in francese tra i quaranta ragazzi immigrati ospiti della parrocchia S.S. Salvatore. A un certo punto Robinho scatta verso l’ingresso del giardino. Non capisco bene che accade, Oriana è alla mia sinistra e lo intuisce prima, un altro dei più piccoli è alla mia destra e riesce a dire in inglese “Brother”. È arrivato il fratello di Robinho, assieme al fratello maggiore di un’altro suo compagno di viaggio. Ieri mattina, appena hanno saputo dell’arrivo dei fratelli più piccoli si sono messi in macchina, sono partiti dalla provincia di Milano e sono appena arrivati. Sperano che i documenti arrivino presto così da poter portare con sé i fratellini. Chissà se sanno dell’assurdità di quel viaggio: la barca con cui erano partiti insieme ad altre decine di adulti da Alessandria è rimasta 12 giorni in balia del Mediterraneo, finché non è incappata in un altro carico di disperati che gli ha prestato soccorso: un vecchio peschereccio riempito di migranti africani e siriani. Si sono stretti ancora, su quell’unico rudere galleggiante fino all’incontro con una nave militare.

Oggi ho visto persone per bene di un quartiere abbandonato a sé stesso mobilitarsi e muoversi, donare e ballare, riunirsi e ridere, raccogliere acqua e magliette e giocare a pallone. Merito di questi ragazzi, tutti egiziani, tutti tra i tredici e i diciassette anni, accolti da Don Sebastiano, un parroco di quelli bravi. Don Sebastiano è riuscito a sopperire alle mancanze delle istituzioni (che si rimpallano l’emergenza) dimostrando cos’è la solidarietà. Alle spalle della chiesa ci sono i portici delle case popolari, pieni di scritte, bucherellati, con gli infissi smontati. La settimana scorsa passavo di là e ho chiamato la polizia perché tra le colonne tanto consumate da far vedere il metallo stavano facendo lottare due pitbull. Sulla scritta della saracinesca del vecchio tabacchino chiuso da vent’anni c’è ancora scritto in rosso “Tano infame”, perché Gaetano, il tabaccaio, era uno che si accollava di subire i capetti del quartiere fino a un certo punto, finché non si è arreso e ha chiuso. Quando abitavo lì, noi che veniamo dalla parte ripulita del quartiere, chiamavamo “Beirut” quei quattro palazzi attorno a un parco giochi vinto dalle erbacce. Il nostro mondo ripulito non erano altro che quei palazzoni delle cooperative, che si trovavano semplicemente al di là della strada rispetto ai portici. Oggi guardavo quei ragazzi scampati all’ordinarietà della miseria e alla ferocia del Mediterraneo. Pensavo che la semplice strada che ci divideva dalla nostra “Beirut” è per loro un mare, e pensavo a quanto siamo fortunati. Anche di avere potuto accogliere Totti, Del Piero, Robinho, Zidane, e tutti gli altri 41 senza la maglia di un calciatore.

 

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A margine ma si fa per dire, ricordo l’appello lanciato dalle associazioni in queste ore: “Servono generi alimentari di prima necessità, abbigliamento maschile per ragazzi che vanno dal 13 ai 18 anni, tovaglie grandi o accappatoi, prodotti per l’igiene. Tutto quello che potete dare potrete portarlo direttamente voi nella chiesa Santissimo Salvatore di Trapani (viale Umbria, Fontanelle Sud) e chiedere direttamente del parroco. Tante persone nel quartiere stanno dando una mano e la rete di solidarietà è già in moto grazie alla presenza di tanti volontari di diverse associazioni.”

Revolution will not be appreciated

Quando a fine gennaio 2012 la “rivoluzione” dei Forconi bloccò i trasporti in Sicilia, alla fine della fiera si contarono 500 milioni di danni. La fonte è Coldiretti, con i capi che dissero, due mesi dopo la protesta: “Pensare soltanto di tollerare altre azioni simili significa davvero voler affondare l’economia regionale”. Insomma, quelli che volevano risollevare le sorti della Sicilia e migliorarne l’economia (con proposte anche condivisibili o totalmente assurde) avevano solo peggiorato la situazione. Un esempio: il presidente della Ragusa Latte disse al Sole 24 Ore: “Abbiamo perso oltre un milione di euro di prodotto. Il latte è diventato una sorta di ostaggio di questa protesta. Se ne è distrutto parecchio e quello consegnato è stato praticamente svenduto”. Un altro esempio dei danni diretti dai Forconi: le file da psicosi dai benzinai, tipica profezia autoavverante. Tutti credevano che la benzina dai distributori sarebbe finita e tutti andavano a fare benzina finendola. Poi il metodo, con le intimidazioni (anche a Trapani ne ho testimonianze dirette) a chi si rifiutava di aderire al blocco. Il presidente dell’Antiracket di Catania affermò: “I negozianti hanno paura delle ritorsioni”. E poi il giochetto che fu la vera cartina di tornasole di tutta l’operazione. Si scoprì che prima ancora della protesta era stato depositato il logo dei Forconi come partito elettorale. E alle elezioni di maggio volti nuovi (mica tanto nuovi, c’era di tutto) si presentarono sotto quel simbolo. Adesso, il 9 dicembre, sfruttando il malcontento popolare, l’ignoranza e la memoria corta, i forconazzi ci riprovano, aderendo alla “rivoluzione” del 9 dicembre. Stavolta si espandono a livello nazionale associandosi a spudorati gruppi neofascisti, associazioni derivate da Forza Nuova, riciclati politici e altra gentaglia. Gente che fino a ieri ha fomentato il sistema, lo ha appoggiato e votato. Oppure che ora ha smesso di votare (leggete i post nella “pagina rivoluzionaria”)  ma pretende il cambiamento. E io ho paura non tanto per il blocco, o per la replica della porcata di due anni fa, anche perché credo che tutto sommato sarà il solito fuoco di paglia. Ma mi spiace e ho paura perché non si può demandare la rivoluzione ai fascisti, non si può permettere che il malcontento sia strumentalizzato da chi è violento, arrogante, ignorante, e magari pure colluso.

Un pasticcio del kazako

Ingenuamente, mi stupisce sempre la difficoltà in questo paese a individuare le colpe nei suoi errori più imbarazzanti o pericolosi. Per capire quale funzionario ha rispedito in carcere una rifugiata politica, serve un’indagine di *tre* giorni. Tre giorni per capire chi ha autorizzato quella porcata. Al ministero, staranno tutti lì a guardarsi tra loro borbottando “ma fusti tu?” “No, non fusti tu?” “ma cu fu?”. Il comune mortale, invece, vive segnato da firme, carte bollate e timbri per ogni piccola interazione con l’apparato dello stato. Mentre per l’affaire kazako, che più che un affaire è un affare visti gli interessi dell’Eni nella steppa, non si riesce a individuare né un pezzo di carta né una firma su un qualche registro che indichi chi ha fatto cosa. Io intanto una responsabilità l’ho individuata: la politica degli ultimi anni verso lo straniero (a meno che non si tratti di russi o cinesi pieni di piccioli) ha fatto del respingimento, culturale e fisico, l’arma principale. Di conseguenza, da anni, le persone per bene invocano una legge per i rifugiati politici, legge che un paese che ne ha generati tanti nei decenni passati avrebbe dovuto avere da un po’. Per una Shalabayeva e figlia che fanno giustamente notizia, ci sono centinaia di rifugiati dal Mali o dalla Tunisia che vengono rispediti a casa senza troppi scrupoli. Sempre che arrivino vivi in Italia, eh. I responsabili di queste leggi che permettono con tale leggerezza di giocare con le vite dei disperati e degli sconfitti del mondo sono facili da individuare: basta accendere la tv. In questi giorni quando li vedi ti viene da pensare a dei maiali.