John Hughes

Pochi giorni fa si è spenta un’altra figura che con la propria creatività ha modellato la generazione degli anni ’80. Il paradosso è che il nome di John Hughes non dice nulla a buona parte degli italiani (forse perché il suo film più rappresentativo e fortunato oltreoceano, Breakfast Club, da noi è praticamente sconosciuto) ma le sue pellicole sono tra le più replicate in televisione… su tutte il leggendario Weird Science – La donna esplosiva (tipico prodotto da sabato mattina su Italia 1 e secondo film di Kelly LeBrock) e, ovviamente, Mamma ho perso l’aereo, di cui ha scritto la sceneggiatura.

Non neghiamolo, non lo si piangerà come si piangono Leone o Kubrick, però mi piaceva ricordarlo, anche solo per il merito di averci fatto sorridere tanto e di aver scoperto Robert Downey Jr 🙂

Who films the unfilmable?

Vale sempre il principio che quando valuto un film del genere, il parametro su cui faccio più affidamento è: emozione/divertimento. Pur cercando di non avere preconcetti, non mi aspetto, in generale, capolavori della cinematografia (e lo anticipo, senz’altro questo non è un capolavoro).
La fedeltà al materiale originale conta relativamente poco. Ma nel caso di Watchmen, a differenza che con Iron Man o l’Uomo Ragno, gli sceneggiatori non si sono trovati a dover riscrivere una storia partendo da elementi disseminati (e a volte rimaneggiati) nel corso di decenni, ma hanno dovuto ridurre un racconto molto lungo, tra l’altro adattandolo ai ritmi cinematografici e alle caratteristiche del mezzo. In questo caso, poi, il fumetto è così perfetto, e l’affezione è tanto grande, che i rimaneggiamenti vengono chiaramente osservati con più attenzione. Parliamoci chiaro (soprattutto con chi non legge fumetti o li legge distrattamente): Watchmen è il Sacro Graal del fumetto occidentale, è la Divina Commedia della narrativa a fumetti americana. Insieme alla prima apparizione di Superman e alla creazione dei Fantastici Quattro, è l’unica altra tappa fondamentale nella storia del genere supereroistico a cui fare riferimento parlando di un “prima e dopo”. Parliamoci chiaro, sono sempre più convinto che Moore abbia attinto agli spunti precedentemente lasciati da Stan Lee su Amazing Spider-Man, da O’Neil su Green Lantern/Green Arrow, da Miller su Daredevil e da Gruenwald su Squadron Supreme (limitandoci alle sole probabili influenze fumettistiche), ma il lavoro di decostruzione e ricostruzione dell’archetipo, tra l’altro ripercorrendo la storia del fumetto con i parallelismi con Golden Age, Silver Age e Bronze Age, è ad oggi fondamentale.

Forse è per questo che sono rimasto ancora più favorevolmente colpito dal film di Snyder. Forse è puro rispetto e amore, forse è un po’ timore reverenziale, forse è dovuto al coinvolgimento del disegnatore Gibbons, ma la somiglianza delle scene, il recupero dei dialoghi, la ricostruzione del set-up tramite rimandi non facili, mi hanno fatto solo piacere. L’unica grande modifica alla storia originale (quella nel finale, per intenderci) è perfettamente coerente con quella necessità di semplificazione per il medium di cui sopra. Sia per non dovere appesantire il film con un’altra sottotrama (quella degli scienziati che costruiscono l’arma finale), sia per rendere più immediata la comprensione del piano del villain. Stesso motivo per cui sono state tolte, anche se forse appariranno nella director’s cut, tutte quelle sottotrame di vite ordinarie, contrapposte a quelle straordinarie dei supereroi, che costellano l’opera originale. Quello, a mio avviso, è uno dei due fondamentali “inserti realistici” nel contesto supereroistico operato in Watchmen. L’altro, sempre ovviamente semplificando, è nella caratterizzazione degli eroi, e direi che qui Snyder è riuscito nel suo intento, costruendo per una volta sui sentimenti e le fallibilità tutta la trama, non rifuggendo dalla spettacolarità. Cosa che del resto a Moore e Gibbons riusciva anche per la natura stessa del mezzo fumetto, per la capacità di decidere il ritmo di lettura, per il maggiore spazio a disposizione, per la resa finale di quelle scene in quadricromia. Credo infatti che l’unica cosa che mi abbia dato “fastidio” sia come lo “straordinario” finisce per invadere il realistico, mentre nel fumetto succede il contrario: le tecnologie del Gufo Notturno, le acrobazie di Spettro di Seta, sono elementi che sfogliando il fumetto vengono considerate quasi scontate, mentre viste in carne ed ossa hanno l’effetto opposto, rimarcando il contrasto con il setting realistico così accuratamente ricostruito. Ma ripeto, dipende dalla differenza di percezione tra quello che si vede (e si è abituati a vedere) in un albo e al cinema.
E passi anche la semplificazione dei sentimenti, degli stati d’animo e del passato dei personaggi (ad esempio il rapporto tra Laurie e il Comico, la vita da fallito del Gufo), visto che – almeno per il sottoscritto – il risultato finale è stato comunque emozionante. E guardando il film con tale attenzione, non si può dire che l’emozione fosse dovuta solo a un certo coinvolgimento nerd. Scene come il funerale del Comico, lo stupro, l’intervista a Doc Manhattan non possono lasciare indifferenti.

Altri tre punti a favore del film: la scelta del cast, la crudezza e la colonna sonora. Il primo permette allo spettatore di non distrarsi con volti noti ma di guardare “i personaggi” in sé. Sarà stata una scelta dovuta al budget, ma non posso che approvare viste le ottime prove degli interpreti (Rorschach su tutti). Quanto alla dose di violenza e nudità, è già significativo che si sia tentato di realizzare un film che le major forse ancora considerano ancora l’ennesimo superhero-blockbuster con il livello di censura “R” in USA (vietato ai minori di 17 anni non accompagnati). È stato un grande gesto di rispetto verso le decisioni del regista e ci ha permesso di vedere sesso e violenza non edulcorati. Riguardo alle musiche, come si fa a non amare questa colonna sonora?

1. Desolation Row (My Chemical Romance)
2. Unforgettable (Nat King Cole)
3. The Times They Are A-Changin’ (Bob Dylan)
4. The Sound Of Silence (Simon & Garfunkel)
5. Me & Bobby McGee (Janis Joplin)
6. I’m Your Boogie Man (KC & The Sunshine Band)
7. You’re My Thrill (Billie Holiday)
8. Pruit Igoe & Prophecies (Philip Glass)
9. Hallelujah (Leonard Cohen)
10. All Along The Watchtower (Jimi Hendrix)
11. Ride of the Valkyries (Budapest Symphony Orchestra)
12. Pirate Jenny (Nina Simone)

Ok, magari Snyder è stato furbo e ha scelto delle canzoni rimaste nella storia recente non solo per caratterizzare i periodi storici (o per citare Apocalypse Now) ma anche perché sapeva che sarebbe stato difficile scontentare il pubblico. Però, cazzo, l’effetto c’è.

A conti fatti, questa è una recensione di parte, scritta da uno che ama i fumetti, e ama in particolare quel fumetto e quelli che ne sono derivati. Non so nemmeno dirvi qual è stata la reazione del pubblico intorno a me. Siamo andati in sala alla prima, di venerdì, abbiamo preso il biglietto giovedì e ci siamo presentati al cinema con mezz’ora d’anticipo… ma in tutta la sala eravamo in 7. Magari lo spettatore occasionale si aspettava un altro Iron Man, o un altro Dark Knight… e si è trovato dentro un film carico di cinismo, violenza e satira sociale, spettacolare sì, ma che turba. Non è ai livelli del fumetto, va bene… magari non vi ho convinto con quello che dicevo prima sulla necessità degli adattamenti. Sì, mancano certe atmosfere da fine del mondo, il setting poteva essere espresso meglio che inserendo le comparsate di Bowie, JFK, Warhol e Capote (eppure i titoli di testa sono eccezionali). E tu, spettatore che non hai letto il fumetto, non sai niente di come funziona maschera di Rorschach. Allora, basta andare il libreria e acquistare il volume in una delle tante edizioni disponibili, o recuperarlo dallo scaffale se lo possedete già. Poi basta mettersi sul divano e leggerlo in religioso silenzio: non c’è director’s cut che tenga.

War Zone

Se sarà bello anche un decimo dei fumetti di Garth Ennis da cui prende spunto, sarà un ottimo film d’azione. Speriamo che stavolta azzecchino il Punitore, cosa non facile come sembra.

Per la cronaca, su ComicUs una rara intervista alla regista di “Punisher War Zone”, Lexi Alexander.

Il Cavaliere Oscuro

Batman, dicevamo. Tanto per cominciare, Il Cavaliere Oscuro è un gran film. Al di là di tutti i discorsi da nerd, è un film che si avvicina alla perfezione. Trama epica, convulsa, senza momenti di fiacca, ben alternata. Regia brillante ma non troppo confusa. Interpretazioni straordinarie che fanno da collante a tutto, sia da parte del supporting cast straordinario (Morgan Freeman, Gary Oldman e Michael Caine su tutti) che dal vero co-protagonista Aaron Eckart/Harvey Dent, sublime. Chiaramente vengono tutti messi in ombra dall’interpretazione più da actor studio e più caratterizzata, quella del Joker, che ancora una volta mette in ombra Batman con la potenza della follia e la bravura di un grande caratterista (che avrebbe potuto darci ancora tanto, ahinoi). Le scene dedicate al Joker, con il suo sadismo, le sue menzogne e i suoi piani articolati, naturale evoluzione delle trappole degli anni ’60, contribuiscono a tenere costante il ritmo senza farlo incedere. Ho qualche dubbio sulla scelta di Batman alla fine del film, che pur aggiungendo drammaticità forse non era così necessaria. Ma cavolo, è Batman, c’avrà pensato, no? 🙂
Un’interpretazione da antologia, al di là dell’aspetto “morboso”. Grandissimo il trucco (su Due Facce hanno fatto miracoli) e grandi gli effetti speciali, con un uso limitato della Cgi, come si faceva una volta, e esplosioni che sembrano tanto “vere”.
Unica pecca tecnica potrebbe essere la colonna sonora (che viste le firme in comune ricorda i film di Shyamalaian per come usa i suoni sordi per aumentare la tensione) che non resta memorabile e non resta impressa se non in un paio di passaggi (che poi è la stessa del trailer, in quei casi). Visto chi li circonda, passano in secondo piano le interpretazioni di Maggie Gyllenhaal e Christian Bale, insulsa la prima, solo buono il secondo.
Oltre al contrasto sui tre modi di vedere la vita (Bruce Wayne/Joker/Harvey Dent), al centro della trama c’è una guerra tra gang che ricorda un po’ Dick Tracy e un po’ certi vecchi gangster movie e che dona al film un sapore noir e realistico che è in linea con Batman Begins e con una visione moderna del personaggio.

Il Batman di quel grande regista e ancora più grande sceneggiatore che è Christopher Nolan (con il fratello Jonathan) è più vicino a quello modernissimo di Ed Brubaker, Paul Dini e Greg Rucka, e prende spunto qua e là da Long Halloween, Year One, Prey e Killing Joke, quattro grandi storie del Cavaliere Oscuro che rovistano nella psiche e nelle motivazioni dei personaggi scoprendone lati realistici che proprio per la loro quotidianità turbano e affascinano. Non solo: Nolan tiene fede alle promesse del primo capitolo, costruisce una continuità non solo fatta di apparenze e di strizzate d’occhio ma che porta i personaggi a evolversi e integrarsi (Gordon e Lucius Fox), incastra alla perfezione gli eventi con rimandi qua e là all’interno della storia (la mamma malata della poliziotta Ramirez), costruendo sottotrame utili allo sviluppo principale e regalando strizzate d’occhio tipiche del fumetto (i dialoghi tra Bats e il Joker, il personaggio di Sal Maroni).

Il Cavaliere Oscuro è un film completo e bellissimo, dove anche l’impossibile sembra reale, e con un finale lungo e poetico (che con il suo flash-forward ci proietta verso un terzo capitolo che si può solo sperare altrettanto bello). C’è amore, suspense, giallo, violenza, horror psicologico, effetti speciali, super eroi, dilemmi sulla condizione umana e riferimenti a cultura alta e bassa che ci invitano a vedere e rivedere il film (cosa che nessuno si immaginerebbe per certi blockbuster). Dura tanto, e tanto meglio: non è un prodotto affrettato, non si confonde e non ci confonde, quando lo fa è per ingannarci (rendendoci partecipi dei tranelli del Joker) e non per errori della regia o della sceneggiatura. È diventato uno dei miei film preferiti di tutti i tempi e probabilmente sarà salutato come la nuova pietra di paragone per i film tratti dai fumetti.

PS: credo che ormai l’unica persona a non averlo detto è sua madre, ormai: il doppiaggio di Claudio Santamaria è improponibile. Peccato.