Un pasticcio del kazako

Ingenuamente, mi stupisce sempre la difficoltà in questo paese a individuare le colpe nei suoi errori più imbarazzanti o pericolosi. Per capire quale funzionario ha rispedito in carcere una rifugiata politica, serve un’indagine di *tre* giorni. Tre giorni per capire chi ha autorizzato quella porcata. Al ministero, staranno tutti lì a guardarsi tra loro borbottando “ma fusti tu?” “No, non fusti tu?” “ma cu fu?”. Il comune mortale, invece, vive segnato da firme, carte bollate e timbri per ogni piccola interazione con l’apparato dello stato. Mentre per l’affaire kazako, che più che un affaire è un affare visti gli interessi dell’Eni nella steppa, non si riesce a individuare né un pezzo di carta né una firma su un qualche registro che indichi chi ha fatto cosa. Io intanto una responsabilità l’ho individuata: la politica degli ultimi anni verso lo straniero (a meno che non si tratti di russi o cinesi pieni di piccioli) ha fatto del respingimento, culturale e fisico, l’arma principale. Di conseguenza, da anni, le persone per bene invocano una legge per i rifugiati politici, legge che un paese che ne ha generati tanti nei decenni passati avrebbe dovuto avere da un po’. Per una Shalabayeva e figlia che fanno giustamente notizia, ci sono centinaia di rifugiati dal Mali o dalla Tunisia che vengono rispediti a casa senza troppi scrupoli. Sempre che arrivino vivi in Italia, eh. I responsabili di queste leggi che permettono con tale leggerezza di giocare con le vite dei disperati e degli sconfitti del mondo sono facili da individuare: basta accendere la tv. In questi giorni quando li vedi ti viene da pensare a dei maiali.

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