Falcone e i fastidi della vita quotidiana

Si chiamava Patrizia Santoro. Si definiva una «onesta cittadina che paga regolarmente le tasse e lavora otto ore al giorno».

La signora abitava in via Notarbartolo, l’asse che parte dal Giardino Inglese e arriva alla circonvallazione, tagliando Palermo. Abitava nello stesso palazzo di Giovanni Falcone e Francesca Morvillo, quello stesso edificio che ai suoi piedi ospita un enorme albero pieno di foto, poesie e ricordi del giudice e delle altre vittime della Strage di Capaci.

«Tutti i giorni – scriveva in una lettera al sonnecchioso Giornale di Sicilia – non c’è sabato e domenica che tenga, al mattino, durante l’ora di pranzo, nel primissimo pomeriggio e la sera (senza limiti di orario) vengo letteralmente assillata da continue e assordanti sirene di auto della polizia che scortano i vari giudici. Ora io mi domando: è mai possibile che non si possa eventualmente, riposare un poco nell’intervallo di lavoro, o quantomeno, seguire un programma televisivo in pace, dato che, pure con le finestre chiuse, il rumore delle sirene è molto forte?». Per non parlare dei passi carrabili che riempivano il marciapiede.

La signora, che non abitava in una baracca sotto il ponte dell’Oreto o in una casa popolare dello Zen, suggeriva la costruzione di apposite villette, lontane dalle zone abitate, dove collocare questi «egregi signori», in modo tale che «da una parte sia tutelata la tranquillità di noi cittadini-lavoratori, dall’altra soprattutto l’incolumità di noi tutti che, nel caso di un attentato, siamo regolarmente coinvolti senza ragione (vedi strage Chinnici)».

Con una scrittura da autocertificazione del comune e una freddezza da enciclopedia (“vedi strage…”) la signora Santoro rappresentava quella Sicilia che voltava le spalle ai suoi agnelli sacrificali consapevoli. Incarnava la noia per il clamore, l’amore per il quieto vivere, il solito atteggiamento del tutelare il proprio giardino e poi, degli altri, chi se ne frega. E il Giornale di Sicilia, che tanto attento è stato al decoro urbano come servizio al cittadino, non solo pubblicò la lettera ma non vi diede seguito nell’immediato con una replica del direttore. Falcone era come una buca sulla strada, una fogna straripante, un albero che invadeva la carreggiata. Tante volte si dice che Falcone e Borsellino sono stati ammazzati perché li hanno lasciati soli. No fu solo lo Stato a lasciarli soli o persino a tramare ai loro danni. Furono anche i siciliani stessi. Forse, anche alcuni di quelli che oggi si commuovono davanti alle loro fotografie, mentre le sirene continuano a urlare in sottofondo.

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