U’ candidatu, un raccontino

Quello che segue è un racconto pubblicato a puntate sulla prima versione del Warbulletin, su blogspot, scritto di getto durante la campagna elettorale delle scorse amministrative. Lo ripropongo, leggermente riveduto e corretto.

Pino s’è diplomato al nautico trent’anni fa, fa l’impiegato al catasto e ha due figli. Pino conduce una vita che – ordinariamente – si potrebbe definite ordinaria, ama abbastanza la moglie Maria Rosa e sopporta a dovere i figli Claudio, che frequenta saltuariamente la facoltà di Giurispudenza, e la piccola Anna, prima media. Pino un mese fa è stato avvicinato da Mario Russo, detto Nanai (nessuno ha mai capito la relazione tra nome e diminutivo), consigliere comunale passato con disinvoltura, negli ultimi 5 anni, dall’Udc ai socialisti fino al nuovo movimento “La città da Amare che vogliamo”, insieme a trasfughi del Pd e di Forza Italia. Da un mesetto Nanai era diventato molto simpatico nei confronti di Pino. Innanzitutto, per strada lo salutava. Quando Pino s’era visto arrivare “l’onorevole” (strano appellativo per un consigliere comunale, ma tant’è), mentre era al bar a prendere il caffé, gli ha detto subito: “Tranquillo, Nana’, per te voto”. Ma Nanai non era lì per questo. Senza neppure il tempo di finire di sorseggiare il caffé, Pino si trovò la mano sudaticcia di Nanai sulla spalla. Con la tazzina calda appoggiata alle labbra, si sentì dire: “Pino, Pinuzzo… hai mai pensato di entrare in politica?”. Pino sul momento era rimasto immobile. I suoi occhi sembravano fissi sul porro sul mento di Nanai, ma in verità la sua mente era da tutt’altra parte. Già si vedeva, in giacca e cravatta, le stesse del matrimonio di quel cugino di Marsala di cui non ricorda mai il nome e della tizia soprannominata affettuosamente “Arancina chi’ pere”. Già si vedeva, con la bandiera italiana e quella dell’Unione Europea ai lati, davanti una scrivania in rovere con decorazioni in oro, decantare un discorso sullo sviluppo, sull’unità, sui valori cristiani della nazione. Nanai lo destò da quel sogno ad occhi aperti con un evocativo: “Pinu’, Trapani ha bisogno di te”.

***

Pino aveva riflettuto tutta la notte sulla proposta di Nanai. La moglie, vedendolo agitarsi nel letto, pensava che il problema fossero le cozze alla cipolla della cena, nemico tanto cercato quanto odiato.
La mattina dopo, al solito bar, Nanai aveva avvicinato Pino stringendogli la mano: bagnata dalla solita rugiada della politica, la avvolgeva con entrambe le mani sfuggenti con un gesto che ricordava un antico saluto di una qualche dimenticata tribù indiana.
“Pino, Pino carissimo… allora, hai pensato alla mia offerta?”
Pino aveva gli occhi lucidi un po’ per l’emozione e un po’ per il caffé bollente che aveva tracannato mentre aveva visto avvicinarsi “l’onorevole” Nanai.
“Si, Nanai. Va bene.”
Un mondo di lustrini, tappeti rossi, macchine di servizio e giornalisti in pugno si era aperto davanti agli occhi sognanti di Pino.
“Facciamo così – lo risvegliò Nanai – vieni stasera al mio comitato elettorale, e col mio staff delineiamo le strategie elettorali, va bene? Sono contento, Pinu’!”
Un sorriso a 36 denti di cui 4 dorati si era stampato sul faccione del consigliere comunale. Pino non era ancora convinto al cento per cento, ma ci sarebbe mancato poco. Quella sera, nel comitato elettorale di Nanai in via Fardella 26, Pino era rimasto incantato dal televisore al plasma 46 pollici che trasmetteva, a rotazione continua, lo spot elettorale di Mario Russo detto Nanai. Il candidato, che aspirava al quinto mandato consecutivo, si faceva inquadrare mentre baciava teste di bambini come u presidente dell’America e stringeva le mani a degli impiegati comunali. Di sottofondo, “tupitupituttutu-ah-ah”, evocativa canzoncina adatta a tutti gli spot.
“Dobbiamo innanzitutto trovarti un soprannome. Fa colore, e rende il nome facile da ricordare”.
“Ma ce lo già un soprannome – risponde Pino alla giovane riccioluta Marcella, consulting imaging manager dell’onorevole Russo – Pino è l’abbreviazione di Giuseppe”.
“Ma che centra – replica focosa Marcella, accompagnata da Nanai che annuisce – un soprannome è un’altra cosa… facciamo così, sui volantini ci sarà ‘Pino Scaturro detto Turro’, si, mi sembra efficace”.
“Eh?”
Pino non era convinto, ma cambiò facilmente idea quando le cose si fecero più concrete. Diecimila “santini”, un comitato elettorale tutto suo, mille manifesti e un comizio.
“No, aspetta, il comizio no”. Nanai lo riportò bruscamente alla realtà.
“Ora non si fanno più i comizi”. Marcella guardava Pino come se venisse da Marte e non conoscesse le basi del vivere civile terrestre.
“Ora si fanno le convenscio”.
“Le conché?”
Le convention. Buffet libero, musica dal vivo, piante esotiche e un ospite di rango, solitamente un consigliere regionale amico di amici che in una sola giornata si girava sette o otto comitati elettorali, con rispettive convenscio.
E va bene, che convenscio sia. “Ma… a proposito di… come dire, di ideali… da che parte stiamo? E io da che parte sto? Nella lista tua, no?”, chiese Pino, ricordandosi finalmente dei dettagli fondamentali.
“Guarda – gli rispose serioso Nanai – sarai undicesimo nella lista. Questo vuol dire che contribuirai al grande progetto della mia lista, ‘La città da amare che vogliamo’ e che attraverso il premio di maggioranza alla soglia di sbarramento con 300 voti nostri e 200 degli alleati della lista ‘Noi ci stiamo’ potresti anche avere buone probabilità.”
“Ehm… va bene”. Pino non era certo di avere capito.
“Per il sindaco, ovviamente appoggiamo il sindaco uscente. Una persona integerrima e sicura di sé, che ha a cuore il bene della città”.
“Ma… Nanai, non avevate litigato sulla questione del campo da cricket in contrada Milo?” Pino si vedeva stravolto, davanti a sé, l’intero panorama politico locale.
“Tempi che furuno, Pinù, tempi che furuno!”

***

La vera riunione operativa sul futuro del candidato Pino lo aspettava a casa, dopo cena, con la moglie Maria Rosa. Seguendo i consigli dell’Onorevole, Pino si era trovato a ridimensionare l’intero bilancio familiare. Le spese per manifesti, volantini, e quant’altro, ovviamente, erano a carico del candidato. Se Maria Rosa aveva accolto con indifferenza l’idea della candidatura del marito, non si poteva dire lo stesso dell’idea di togliere metà dei risparmi per l’università della figlia e dei ritocchini alle quote-spesa-del-sabato, virate verso l’essenziale per le frittate di cipolla. La faccia della casalinga era diventata dello stesso colore dei capelli, frutto di una prodigiosa e del tutto casuale e non voluta mescolanza tra il prugna e il rosso.
Alla fine, dopo due ore di accesa discussione, Pino era giunto ad un comunication plan formidabile. Le spese per i volantini e i manifesti sarebbero state detratte dai fondi per l’affitto della casa a San Vito lo Capo (che inevitabilmente, quest’anno, saltava), meta ogni due anni di agognate vacanze, e dal fondo-studio della piccola Anna, fiduciosi che l’aspirazione della bambina di mollare gli studi e diventare cantante da X-Factor potesse restare negli anni dell’università.
Come comitato elettorale, sarebbe stato usato il negozio di Rosalia, la sorella parrucchiera di Maria Rosa.
“Maria, ma tua sorella mi odia! Chiederle un favore del genere significa che me la devo sopportare a casa nostra per tutti i prossimi natali, pasqua e capodanno!”
“Miii, e come fai, Pino! Che è meglio affittare un locale? Tranquillo, quando poi sarai consigliere comunale potremo permetterci qualche sfizio!” Maria Rosa, quando era andata a chiedere alla sorella il permesso di usare lo spazio del negozio come comitato elettorale, si sentiva un po’ una first lady. Rosalia faticava a riconoscere la sorella in quel tailleur verde acqua in stile Jaqueline Kennedy acquistato dai cinesi. La parrucchiera aveva dato l’assenso, ma a patto che gli sarebbe stato pagato un affitto e che per mezza giornata avrebbe potuto continuare a lavorare. Anche se c’era gente al comitato, Rosalia doveva portare la pagnotta a casa. Pino intanto era dal tipografo, amico di amici, a disperarsi sui preventivi dei manifesti e volantini elettorali, mentre il tipografo aggiungeva un altro nome alla lista di aspiranti politicanti da spennare, che da soli permettevano al business delle tipografie di guadagnare qualcosa in una città dove praticamente non esistono pubblicazioni su carta di alcun tipo.

***

Pino aveva perso. A nulla era valso spedire i propri figli, in improbabili orari notturni, ad incollare i manifesti su pareti, lamiere e cassonetti. Né era servito stampare 20 mila volantini (di cui più della metà ancora incelofanati a casa). A nulla era valso infervorarsi su argomenti che non conosceva nella convenscio che aveva tenuto a pochi giorni dalla chiusura dalla campagna nel comitato/coiffeur, a cui aveva preso parte l’onorevole Giulio Scarpozza, esimio deputato regionale, per la bellezza di 6 minuti continuativi, nei quali aveva parlato delle fogne in contrada Milo, del tema della famiglia minacciata dai ghei e del pericolo dei terroristi.

Pino era caduto in un vortice di depressione. Il suo mentore, Nanai Russo, era sparito. Non rispondeva a telefono, il suo portavoce/borse personale gli aveva fatto sapere che era impegnato in una crociera nelle isole Egadi per festeggiare la scontata rielezione. La moglie non perdeva l’occasione di ricordagli i tanti soldi spesi. Il figlio, le cui mani puzzavano ancora di colla, veniva deriso dagli amici. Finalmente, al bar, una settimana dopo le elezioni incrociò Nanai Russo, che gli offrì – per la prima volta – un caffé. I maligni dicevano di lui che era sparito per un po’ dalla circolazione per evitare le voci su presunte minacce agli elettori o compravendite di voti. Nanai, con la sua mano umidiccia sulla spalla di Pino, lo guardava con gli occhi con cui un padre comprensivo guarda un figlio che ha preso una brutta pagella.
“Traquillo, Pino. Hai fatto la tua parte per il sindaco e per la lista, e te ne siamo tutti grati.”
“Ma… ho speso un sacco di soldi, pensavo… Nanai, ho preso 5 voti! Mi hanno votato i miei genitori, mia moglie e la puliscale! Tu mi avevi detto che avresti…”
“Pino, ascoltami. Hai sbagliato strategia comunicativa. La comunicazione oggi è tutto, in politica! Ma non preoccuparti. Ti rifarai alle prossime elezioni.”
“Le prossime?”
(fine)

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