Liberté, Égalité, Angoulême

Sono tornato da Angoulême da una settimana, e prima avevamo fatto una capatina a Parigi. Nel frattempo, ho avuto a che fare con idraulici e muratori in casa prima di ripartire per Bologna, ho preso parte al consueto ER in cui Panini Comics decide le sorti delle proprie collane e uscite, sono rimasto bloccato all’Aeroporto Marconi causa neve per un paio di giorni, ho finito il secondo libro de Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco, iniziato l’ultimo di Camilleri e macinato un po’ di puntate di Doctor Who, ho avuto conferma di un impegno di lavoro importante e complicato che mi troverà a scrivere something completely different e, soprattutto, ho avuto modo di riflettere sui sette giorni oltralpe.

La vetrina della fumetteria BDNet che ci ha coccolati per un intero pomeriggio

Diego e Roberto, nel frattempo, hanno scritto delle cose giuste e in maniera come al solito chiara e intelligente. Personalmente, mi permetto di sottolineare che la mia esperienza potrebbe essere viziata da due fattori: ero ospite della casa editrice Ankama per la promozione di Mafia Tabloids ed era la mia prima volta ad Angouleme. Quindi potrei essere influenzato dall’ottima esperienza dal punto di vista umano, grazie all’attenzione dello staff Ankama, composto da gente giovane, dinamica e in gamba come gli amici Audrey Bonnemaison e Olivier Jalabert e i prodigiosi Marie, Marion e Max. E grazie a Viktor Kalvachev e sua moglie Ivana e a un più siculoamericano che mai Brian Azzarello che hanno reso le serate indimenticabili come fossero rimpatriate tra vecchi amici. Come del resto lo è Claudio Stassi, che nonostante le sfortune che lo hanno tormentato in questa fiera, come sempre teneva il sorriso tra le labbra.

Un po' deludente la mostra di Sacco alla Casa delle culture e della pace: meglio gli originali di Le Roy e degli ospiti palestinesi di questi stamponi
Un po' deludente la mostra di Sacco alla Casa delle culture e della pace: meglio gli originali di Le Roy e degli ospiti palestinesi di questi stamponi

Tornando a quello che ha impegnato me e Lelio per buona parte dei sei giorni in Francia, devo dire, però, che l’attenzione verso il nostro fumetto non era – come accade in Italia – pregiudiziale (in senso positivo): le radio, i giornali, le tv e i siti web che ci hanno intervistato e la scuola che ci ha invitato a parlarne non erano interessati perché era un graphic novel su un personaggio storico morto ammazzato. Ma perché era un “libro”, una BD pardon, dal tema interessante. Non era una bestia rara, un prodotto strano che fa notizia… come mi trovo a pensare quelle volte che i giornalisti italiani che parlano di Beccogiallo e simili esordiscono nei loro articoli con frasi tipo “Ricordate Tex e il Grande Blek? Adesso i fumetti trattano anche argomenti seri”. No, qui si dà tutto questo per scontato. Come se in Italia si desse per scontato che siamo il paese di Pratt, Pazienza, Sclavi.

Un volume come il nostro appare esotico, sì, come si poteva evincere da alcune domande, e sicuramente il titolo accalappiava l’attenzione più di un nome che ai francesi non diceva nulla. E abbiamo avuto l’occasione, come speravamo, di parlare di Peppino e di cosa è rimasto del suo messaggio. E di parlare di Roberto Saviano, di Berlusconi e anche del fumetto italiano e della grande tradizione di cui abbiamo osato farci portavoce.

Non senza un pizzico di invidia verso cosa ci circondava. Nella marea di produzioni francofone (con un fatturato complessivo di oltre ottocento milioni di euro negli ultimi due anni!) mi pare ci siano tre filoni di maggiore successo:

– Il tipico cartonato, il fumetto storico, umoristico o d’avventura, linea chiara, tanti dettagli e colori classici, che fa le grosse cifre (con i periodici cult: Joe Bar Team, XIII, Thorgal, Lanfeust de Troy etc);

– La sterminata produzione indipendente, tra satira, demenziale, erotico e anche autoriale/intimista (diciamo la nostra Coconino);

– Quello che sta nel mezzo: i volumi di fumettisti emersi dal mercato indipendente, o perché no provenienti da Italia o Spagna, pubblicati da sottoetichette delle major come KSTR (Casterman) e Quadrants (Soleil).

Solo qui potevo trovare un personaggio dei fumetti (Largo Winch) a fare da testimonial a un profumo

Tengo fuori i fumetti tradotti, comics o manga che siano. Perché il punto in sé è che il lettore francese ha possibilità di scelta. E questa possibilità, legata a un’evidente predisposizione culturale, permette l’esistenza di un’industria nel complesso florida. Ho girato due-tre librerie, e a parte la ben nota visibilità dei fumetti in aree apposite (e non misti ai libri dei comici di Zelig), quelle visite confermano la sensazione. Angoulême, geograficamente e temporalmente, è un mondo a parte, ok. Chissà se il resto dell’anno Largo Winch pubblicizza Dior. Però, alla stazione di Montparnasse, quando mi guardavo intorno vedevo una quantità di pubblicità di libri impressionante. Libri intesi come prosa. I polar, i gialli o i noir da leggere in treno, vengono pubblicizzati con la stessa enfasi e lo stesso rispetto dell’ultimo di Coelho. In Italia, dove la promozione dei libri si limita ai volumi di Vespa (puntuali come la morte e le tasse) o all’effimero fenomeno mediatico del momento, non esiste una cultura tale da sostenere un’industria che si dirama in generi, sottogeneri e linguaggi. Rincoglioniti da decenni di cattiva televisioni, governati da ignoranti e buffoni, ci siamo lasciati dire più o meno apertamente “con la cultura non si mangia”. Mentre al di là delle Alpi, organizzano pranzi e cene e invitano pure noi, i cugini sfigati.

Copia personalizzata di Mafia Tabloids allo stand Ankama

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2 thoughts on “Liberté, Égalité, Angoulême

  1. Vero, verissimo! In Francia il livello della cultura del libro in generale e del fumetto in particolare è elevatissimo. Ma forse si potrebbe dire, senza tema di smentita, che -data l’attenzione enorme che i francesi rivolgono ai fenomeni culturale in genere- il livello culturale tout court in Francia è elevatissimo. Quando ho vissuto a Lyon, accanto alla porta di casa mia c’era una libreria; in verità ce n’erano parecchie ma la cosa che maggiormente mi colpiva, i primi tempi, era l’impressione che fossero tutte librerie per bambini dato l’elevatissimo numero di fumetti esposti nelle vetrine principali. Che ci vuoi fare, io vengo dalla cultura italiana in cui il fumetto questo è: quando va bene, un modo di veicolare ai più piccoli temi e contenuti del mondo adulto in maniera di più facile e immediata comprensione; di solito, il modo per iniziare i bimbi al mondo delle parole e dei numeri, dei colori, delle immagini. Poi, però, a poco a poco ho iniziato a guardare con più attenzione alle fila di scaffali colorate, ho iniziato a leggere con più attenzione i titoli di quei libri, ho scoperto che dentro quelle copertine cartonate piene zeppe di meravigliosi disegni c’era tutto un universo parallelo a quello che si sviluppava negli scaffali intorno. E mi si è aperto un mondo! Chi l’avrebbe mai detto che poco più un anno dopo io avrei conosciuto te, avrei potuto apprezzare le tue ottime qualità di scrittore (senza differenza alcuna tra il Marco Rizzo sceneggiatore di fumetti e il Marco Rizzo scrittore di libri) e avrei potuto condividere ideologicamente il tuo impegno nella diffusione della dignità del fumetto?
    Grazie per questa riflessione maturata tra neve, aerei e ritardi perché evidentemente le attese snervanti non sono state tempo perso ma hanno permesso al Fumetto di prendersi un bel momento di gloria al di qua delle Alpi! Con la speranza che sia solo l’inizio. 🙂

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