Di forconi, forcaioli e forchette vuote

FORCONI

A me i forconi ricordano quei film del terrore (o Frankenstein Jr.) dove la folla bigotta e razzista, armata di torce, pale e – appunto – forconi, andava sotto il castello del mostro incompreso decisa a fargliela pagare per la sua stessa esistenza. Era una folla chiassose, motivata dagli istinti più bassi, impossibile da placare perché totalmente irragionevole.

Qui in Sicilia, agricoltori e pescatori, strozzati da una globalizzazione che non è stata sfruttata in entrambi i sensi (continuiamo a esportare troppo poco) e con le casse dei finanziamenti europei ormai asciutte, hanno accompagnato in questi giorni gli autotrasportatori in sciopero. Tre categorie con esigenze e bisogni specifici, che però, a sentire i portavoce, parlavano a nome “di tutto il popolo siciliano”. Sembrava una replica più assolata delle proteste per le quote latte in salda padana, con i capipopolo ugualmente secessionisti, ugualmente più “popolo” che “capi”, incazzati con “Roma ladrona”. Il tutto, coerente con un classico vittimismo siciliano, che alternato alla rassegnazione del “calati iunco chi passa la china”, scandisce le giornate di noi isolani. Le figure che si sono avvicendate dietro i microfoni, per quanto apprezzabili nella loro ingenuità di cui si sentiva un po’ la mancanza, hanno ceduto a un populismo perfettamente assimilabile a quello degli stessi politici che criticavano. Gli slogan erano quelli del politicante di borgata, magari elevato a deputato regionale. Quello che dice “ora diciamo basta, in nome del popolo siciliano, siamo stanchi, per la nostra dignità, diciamo basta a questi politici” che sono, generalmente, “farabutti, ladri, criminali”. “Dignità, basta, stanchi”: il siciliano lo ripete come un mantra dal dopoguerra in poi, salvo poi svendersi per un tozzo di pane dalle mani del Cuffaro o del Berlusconi di turno. Per poi tornare a lamentarsi. Che volete farci, mi brucia ancora l’esperienza della bruciante sconfitta elettorale di Rita Borsellino, simbolo dell’antimafia, davanti a Cuffaro, in quel secondo mandato stroncato dalla condanna e dai cannoli.

Foto da http://www.fattidicronaca.it

In strada ci sono padri di famiglia afflitti, magari spronati da ex esponenti dell’Mpa in cerca di redenzione, scilipotiani dell’ultima ora, Zamparini in cerca di consenso politico, personaggi in odore di mafia, e affiancati poi da movimenti di estrama destra e confusa sinistra, anche studenteschi, in cerca della rivoluzione purché ci sia da fare la rivoluzione. Quella gridata, non delle coscienze ma dello stomaco. Quindi destinata a durare quanto una digestione.

FORCAIOLI

Fa un po’ sorridere ma anche riflettere quella somiglianza di linguaggio tra il camionista e il deputato. Fanno sorridere le istanze autonomiste, retaggio di quel vittimismo radicato storicamente, che torna indietro di 150 e ci vede a torto o a ragione invasi o conquistati, in ogni caso sconfitti. Unl “si stava meglio quando si stava peggio” che osa rimpiangere Borboni, onore, latifondisti, mafiosi d’altri tempi (che sempre mafiosi erano). Altrettanto storicamente, tra Cassa del Mezzogiorno e Svimez vari, ma soprattutto con lo Statuto Speciale, la Sicilia ha mandato a monte le proprie occasioni di arricchimento o di smarcarsi dal governo centrale. Per non parlare dei fondi da Agenda 2000 in poi. Gestiti sempre in maniera clientelare e caritatevole (come la Cassa), per favorire gli amici, tappare i buchi o gestire le emergenze del momento, senza mai ragionare sul lungo termine, quel modo di ragionare che serve in settori come l’agricoltura e la pesca. Sulle forche, una sedicente maggioranza dei siciliani vuole mettere i politici nazionali e poi magari anche quei deputati regionali che fino all’altro ieri si circuivano per un favore, “tanto fanno tutti così, tanto o così o niente”. C’è stato, per decenni, accattonaggio di voti e favori, malgoverno ed esaltazioni di mafiosi. Che nazione sarebbe una nazione come questa? Una nazione, è giusto ricordarlo, dove il principale partito di sinistra continua ad appoggiare i centristi dell’Mpa, al governo regionale, l’Udc in alcuni comuni, tenendosi ben lontano da quelle proteste che volendo, circostanziate e ordinate anche grazie ai partiti, prenderebbero senso. Se i partiti facessero il loro dovere, ovvio.

Un distributore di benzina preso d'assalto a Palermo (foto ANSA)

Ma perché allora questa rivoluzione della minoranza qui e ora? La gente è esasperata dappertutto, specie in quelle regioni dove gli operai in fabbrica licenziati sono molti di più e gli stagionali della forestale molto di meno. Semplice, basta appellarsi a ‘sta sacrosanta dignità ritrovata, indicare come colpevoli del malessere gli “altri”: la Roma ladrona, i Savoia, i massoni, gli inglesi, i Savoia di nuovo, Monti, l’Anticristo e Godzilla. La benzina è cara, è ingiustamente cara, e qua non ci piove. Le raffinerie hanno devastato le nostre coste, puntualmente provano a trivellare i nostri mari, dovremmo avere una sorta di risarcimento, vista anche la posizione di svantaggio nello Stivale, no? Vero anche che accise regionali contribuiscono, come per Irpef e balzelli vari. Ma è più comodo prendersela con Roma, che con il deputato dietro casa. Non che i siciliani in parlamento facciano bella figura, o che non meritino altrettante critiche. Anzi, solitamente rappresentano solo ottimi scaldapoltrone, quando presenti, solitamente per salvare qualche camorrista dalle forche dei giudici o inventare nipoti a Mubarack. Ma le giuste pretese su carburante e logistica si perdono in un mare di “dignità, basta, stanchi”. E soprattutto vengono dimenticati vista la scelta dei metodi: questa non è rivoluzione, è rabbia e basta.

Foto scattata nel reparto latte di un supermarket a Trapani, al quinto giorno di sciopero

FORCHETTE VUOTE

Dicevo “rivoluzione della minoranza”, e sono i numeri – banalmente – a parlare. Certo, poi ci sono i rivoluzionari di Facebook, che al sicuro della loro stanzetta, senza avere mai visto un corteo manco in fotografia, condividono i link dell’indignazione. Quelli che digitano, ancora oggi, cose tipo “dignità, basta, stanchi” accompagnati da “condividi se hai il coraggio” e “i Tg non ne parlano”. Nel frattempo i Tg, tra un declassamento di S&P e un colosso che naufraga, ne cominciano a parlare, e insieme ai social network alimentano la psicosi collettiva. È la solita “profezia autoavverante”: spargi la voce che la benzina finirà, tutti andranno a fare benzina, e la benzina finirà… Cosa che non sarebbe successo se tutti avessimo continuato a usare normalmente il carburante. Con esagerazioni da una parte e dall’altra. Un benzinaio, a Trapani, oggi ha osato imporre come prezzo 2 € al litro. La folla in fila, fortunatamente non armata di forconi, dopo accese discussioni ha pensato bene di pestarlo (mossa forse più istintiva di una telefonata alla finanza). Ho girato tra Trapani e Palermo in questi giorni e i disagi al traffico li ho visti causare dagli automobilisti in terza e quarta fila per riempire vari bidoni. O davanti ai supermarket, cosa che mi ha ricordato le psicosi pre Guerra del Golfo. Toccagli il mangiare, al siciliano, che lo scateni.

Con 5 giorni di sciopero, aiutati dai passaparola digitali e analogici, i manifestanti hanno:
– arricchito le stesse compagnie petrolifere che criticano;
– messo in ginocchio l’import-export già traballante;
– demandato ad altri i disagi che loro stessi avrebbero dovuto causare (vedi blocchi al traffico).
Il tutto con una posizione di forza che ricorda l’estorsione, con casi eclatanti come quello del trasporto di midollo dall’ospedale Civico di Palermo o le testimonianze di negozianti intimiditi a Lentini.
Piccolo inciso: ieri ai tg un organizzatore, il per niente apolitico Martino Morsello, tranquillizzava: garantiremo il carburante per “forze dell’ordine, ambulanze, anziani in dialisi, mamme” etc. Non ho capito, chiederanno il curriculum?
Intanto, la psicosi si autoalimenta, cresce la rabbia, e non si sa più se appoggiare questi forcaioli di cui non si capisce bene il messaggio o se incazzarsi e basta. Giusto per creare una ulteriore folla di gente affamata e arrabbiata con il mondo. Le cui giuste lamentele si perderanno tra i disagi e il populismo. E che alle prossime elezioni, temo, tornerà a votare i buffoni con cui condivide gli slogan “dignità, basta, stanchi”.

Foto da http://www.giovannivillino.it

Sarebbe bello vedere i siciliani (ma che dico, gli italiani) proporre altri tipi di sciopero. Smettere di comprare la verdura al supermercato e recarsi solo nei mercati ortofrutticoli rionali, lasciare a casa l’auto e muoversi in bici per andare al lavoro o a piedi per le passeggiate (perché qui da noi si passeggia anche in macchina). Rifiutare i 25 € per il voto da svendere, acquistare solo pesce dei nostri mari e non dall’adriatico. Sarà molto più difficile, forse anzi è impossibile perché è meno comodo che gridare “basta”… e basta.

Ps: che volete farci, sarò nella fase fatalista…

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