Avatamar

Premessa: L’ho visto ieri e certamente non l’ho gustato a dovere perché ero di pessimo umore (e lo sono anche adesso, ma tant’è). Inoltre era la prima volta che vedevo un film in 3d, e come prevedevo mi ha dato un bel mal di testa che ancora non mi scrollo di dosso (magari non è solo per il 3d ma è una buona scusa). Se questa recensione non vi piace dunque, mi dispiace, ma vaffanculo.

Avatar, dicevamo. In breve, la storia è questa: gli Small Soldiers (guidati dal Generale Ross, capace di lottare in apnea e mentre va a fuoco) vanno con Giovanni Ribisi sulla luna boscosa di Endor, perché pare che nella Terra Selvaggia si possa estrarre il Vibranio e fare tanti soldi. Il pianeta però è popolato da tanti Nightcrawler, sexy ed esotici, che sulle miniere di Vibranio ci vivono, ma che sopratutto hanno altri interessi, mutuati dai Mapuche e dai Navajo. Per contrastarli, gli umani hanno portato sul pianeta le armi di Starship Troopers e gli esoscheletri di Starcraft, ma sopratutto gli Avatar. Grazie al collegamento nella Matrix, alcuni umani entrano nel corpo di cloni creati in laboratorio, e possono mescolarsi tra gli indigeni. Uno degli umani, il nostro supereroe con superproblemi, si integra fin troppo bene con gli alieni e con una in particolare (Zoe Saldana, per la cronaca). Ah, e c’è anche una biologa che però si comporta da antropologa e un nerd di quelli che vanno sui forum a rompere i coglioni. Il resto è più o meno prevedibile, con un finale che sembra diretto a quattro mani da Michael Bay e Steven Spielberg con Cameron che ci mette i soldi (tanti).

Sia chiaro: il film mi è piaciuto, e parecchio. Il riassunto qui su non è che un modo gentile di perculare l’enorme pastiche post-moderna cucita da Cameron in maniera comunque impeccabile, con una storia semplice e diretta. Tanto diretta che il messaggio finale* arriva dritto allo spettatore senza troppi giri di parole, e anche i tamarri che hanno preso d’assalto il cinema ieri sera non credo siano rimasti indifferenti (o almeno lo spero). Ecco, sarebbe interessante un’analisi sociologica – che magari spetta a qualcuno più competente di me – su come mai gente che frequenta il cinema solo per i cinepanettoni arriva a vedere un film di fantascienza, genere notoriamente bistrattato dai più. Non può essere solo una questione di moda. No, dico, è gente che al momento del bacio ha esultato, gridato e fischiato!

Tornando al film, anche Guerre Stellari (che come sapete adoro e venero, da buon nerd quale sono) non era altro che una fiaba medievale catapultata nel futuro. E Avatar è (più o meno) un western catapultato nel nostro domani, che ci prospetta emergenze ambientali e energetiche, problemi di integrazione e tolleranza, di business spregiudicato e guerre preventive. La storia lineare, i personaggi semplici (forse tranne il protagonista, che all’inizio almeno mostra una certa ambiguità morale) e quelle ispirazioni più o meno esplicite, più o meno veritiere, sono tutt’altro che un difetto: sono il punto di forza di questo film e quanto, insieme all’inequivocabile spettacolarità e ricchezza visiva, lo posiziona nell’olimpo della sci-fi.

*Qual’è la morale? Che se gli indiani avessero avuto i draghi volanti avrebbero vinto.

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