Un tuffo dove l’acqua è meno blu

Le navi cariche di scorie non venivano fatte affondare solo nel Tirreno, ma anche davanti al porto di Trapani. C’è un nome che viene fuori, ed è quello della nave «River». Una naufragio che non risulta da nessuna parte, e figurarsi come poteva accadere il contrario, ma che secondo un teste, il faccendiere per anni in contatto con servizi segreti e criminalità organizzata mafiosa, Francesco Elmo, c’è stato. Un racconto archiviato ma che adesso potrebbe tornare d’attualità dopo quello che va scoprendo la magistratura calabrese a proposito di navi fatte naufragare con i loro carichi mortali.

Comincia così un articolo di Rino Giacalone che aggiorna sulla vicenda delle navi dai carichi radioattivi (o perlomeno inquinanti) affondate nel mediterraneo. Intanto i sillogismi: con i punti di contatto tra la vicenda Rostagno e quella Alpi, ma sopratutto con quello che ruota intorno alla figura dell’uomo di Gladio a Trapani, Li Causi. Tutte storie che chi mi segue e ha letto Ilaria Alpi – il prezzo della verità conosce bene. Poi l’articolo fa riferimento a dichiarazioni di un collaboratore di giustizia, Francesco Elmo, che insieme a quanto detto di recente da un altro pentito, Francesco Ionti, ci fornisce altri dettagli sulla pratica bastarda di avvelenamento dei nostri mari che chissà per quanto tempo è andata avanti. E senza stupore da parte di chi ha seguito queste vicende anche prima che Ionti aprisse bocca, il cerchio si stringe anche intorno ai mari del trapanese (che, fa bene ricordarlo, per buona parte della costa sono occupati da aree protette, come Zingaro, Saline, Stagnone e Egadi).

Consiglio la lettura dell’articolo di Rino in particolare agli amici trapanesi.

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