Mafia da serie A

Ho scritto questo articolo per il numero di aprile de L’Isola Possibile. Anche se gli argomenti sono seri come al solito, mi è stato chiesto un pezzo più “di colore”. E anche se allora era più d’attualità, credo che una lettura oggi male non possa fare. Giusto per conoscenza. Ah, se magari quel faccione lì sotto non vi stimola, sappiate che nell’articolo si parla anche di basket e di birra.

Marcello Dell’Utri e il boss trapanese Virga “salvati” dalla prescrizione di un vecchio caso. L’accusa? Niente poco di meno che estorsione ai danni dell’allora presidente della Pallacanestro Trapani.

Prima di essere la vela lo sport preferito dei trapanesi (anche se qualche dubbio, a 5 anni dall’America’s Cup siciliana, comincia a sorgere) era la pallacanestro a farla da padrone nella città della falce.
Il Trapani Basket, tra gli anni ’80 e i ’90, veleggiava glorioso verso l’A2, con una capatina nella A1 nella stagione ’91-’92. Erano gli anni dell’allenatore Giancarlo Sacco, del playmaker Ciccio Mannella, dell’americano Reginald Johnson, del presidente Vincenzo Garaffa. E del marchio sulle canotte della birra Messina, alcolico sulla cui qualità soprassediamo, ma che aveva un promoter unico: il boss Vincenzo Virga (quello dell’assassinio di Rostagno, della Calcestruzzi Ericina, dell’omicidio del giudice Giacomelli e altro ancora).
Virga, in verità, più che alla birra era interessato ai soldi: si era presentato sul posto di lavoro del presidente Garaffa per minacciarlo, chiedendogli la metà del miliardo e mezzo di lire della sponsorizzazione stipulata tra Birra Messina e Trapani Basket grazie alla società Publitalia. Quest’ultima non si sarebbe accontentata del 10% della somma, quanto pattuito per la mediazione, ma esigeva di più, e lo esigeva in nero. E a mandare quell’estortore eccellente a casa Garaffa, sarebbe stato l’altrettanto eccellente presidente di Publitalia, Marcello Dell’Utri. Stando all’ordinanza di custodia cautelare, dell’Utri avrebbe “posto in essere una serie di atti, tutti diretti in modo non equivoco a commettere il delitto di estorsione, non riuscendo a commetterlo per cause indipendenti dalla propria volontà”. Sempre secondo i magistrati, l’ex collega di università di Berlusconi inizialmente si sarebbe “solamente” prodigato in un paternale suggerimento verso Garaffa che sembra quasi uscito da un libro di Mario Puzo: “Io le consiglio di ripensarci, – avrebbe detto – abbiamo uomini e mezzi che la possono convincere a cambiare opinione”. E davanti al rifiuto dell’imprenditore, avrebbe quindi usato il messaggero mafioso, che a Garaffa avrebbe ricordato di trovarsi lì per quel “debito” con gli “amici” milanesi.

Nell’ordinanza i giudici di Milano prevedevano inoltre che il procedimento si sarebbe potuto incastrare con un’altra avventura giudiziaria di Dell’Utri: il processo che lo vedeva accusato di concorso esterno in associazione mafiosa, le cui indagini erano partite nel ’94 e che al momento è fermo alla condanna in primo grado del dicembre 2004.
Nelle imputazioni del Pubblico Ministero si legge che Dell’Utri avrebbe “concorso nelle attività di Cosa Nostra nonché nel proseguimento degli scopi della stessa, mettendo a disposizione l’influenza e il potere derivanti dalla sua posizione di esponente del mondo finanziario e imprenditoriale, nonché dalle relazioni intessute nel corso della sua attività”. Il Pm accusava Dell’Utri di avere “partecipato personalmente ad incontri con esponenti anche di vertice di Cosa Nostra”, “di avere provveduto al ricovero di latitanti” nonché di intrattenere rapporti continuativi con gente del calibro dei boss Stefano Bontade e Totò Riina e “l’eroico” Vittorio Mangano. Insomma, una serie di rapporti che parrebbe difficile giustificare (se confermati in ultimo grado di giudizio) anche dopo la recente sentenza della Cassazione che stabilisce che pranzare con un mafioso non è indice di gravi indizi di concorso esterno. Intanto aspettiamo trepidanti di conoscere l’opinione della Corte su cene e colazioni.

La denuncia dell’ormai ex presidente della società cestistica ha portato a un lungo processo, sullo sfondo di una carriera politica costellata per Dell’Utri di successi (tra cui la fondazione di Forza Italia) e altri procedimenti penali, e invece per Garaffa di un’esperienza al Senato arenatasi al seguito delle sfortune del Partito Repubblicano. La cattiva sorte di quest’ultimo ha accompagnato quella della squadra, che è giunta al fallimento nel ’97 in condizioni finanziarie tutt’altro che rosee.
Di tanto in tanto, le notizie delle sentenze scuotevano le due parabole (ovviamente una ascendente, l’altra discendente). A Milano i giudici accertarono il fatto e in primo grado (maggio 2004) e secondo grado (maggio 2007) condannando Dell’Utri e Virga a due anni per tentata estorsione. In Cassazione, però, il giudizio viene cancellato, e rimesso a un’altra sezione della Corte d’Appello di Milano, dove viene decisa la derubricazione del reato: non più estorsione, ma “minaccia grave”. Un reato per il quale i tempi della prescrizione sono molto più brevi.

E così, lo scorso 14 aprile, Virga (in carcere dal 2001) e Dell’Utri (in Parlamento dal 1996) sono stati prosciolti per prescrizione del reato. Tutti contenti? No: Dell’Utri ci tiene a ricorrere, definisce la sentenza “pilatesca” e vuole dimostrare in tribunale che nemmeno il reato di minaccia esiste; Virga dal carcere di Parma dichiara di voler fare ricorso per Cassazione (forse perché ci tiene alla propria nomea?). E, chiaramente, nemmeno Garaffa è contento del risultato. Anche perché, a conti fatti, la prescrizione in Italia sembra il traguardo di molti avvocati, specie dall’accorciamento dei tempi grazie alla legge “ex Cirielli”.

C’è un grave malinteso, nel nostro paese, sul significato del termine “prescrizione”. I giornali e i politici vorrebbero farci credere che la prescrizione corrisponda ad un’assoluzione, ossia alla determinazione di innocenza dell’imputato. Dopo averci martellato con la frase dal retrogusto dell’ossimoro “assolto per prescrizione”, siamo stati portati a credere che imputati eccellenti come Andreotti o Berlusconi abbiano “vinto”. In realtà, la prescrizione è una causa di estinzione del reato, che interrompe il processo a carico dell’imputato dopo che è trascorso un determinato lasso di tempo dal fatto, solitamente proporzionale alla gravità dello stesso, ma non esprime un giudizio o un’assoluzione. Lo scopo è dunque di evitare, in un sistema spesso ingolfato, che la macchina giudiziaria continui a impegnare risorse per la punizione di reati commessi a distanza di molto tempo (ovviamente, non si applica a reati di particolare gravità).
Sarebbe lecito per i cittadini coscienziosi restare nel dubbio, specie quando ad usufruire della prescrizione troviamo individui la cui morale desidereremmo intatta e la coscienza indubbiamente pulita. Quando deputati, senatori, ministri e premier collezionano prescrizioni come se fossero figurine dei calciatori – pardon, dei cestisti – mantenendosi in quel limbo tra innocenza e colpevolezza (non giuridica, per carità), ci si dovrebbe aspettare titoli in prima pagina e scene da Oscar nei telegiornali. Invece la prescrizione dei soliti reati – corruzione, estorsione, bancarotta fraudolenta, finanziamenti illeciti, etc – che sembrano quasi di moda in quel di Montecitorio è ormai prassi. Tanto da passare quasi inosservata, caso dopo caso. Come questo caso, che tra l’altro, non manca di affiancare il nome di una delle figure di spicco della seconda repubblica a quello di uno dei mafiosi più noti e spietati degli ultimi trent’anni.

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