Dal casolare al residence

Duro Colpo al tesoro di Provenzano
Sequestrati conti, villette e cave

Andrea Impastato sarebbe stato uno dei prestanome di fiducia della famiglia dei Corleonesi sin dagli anni ’80. A suo nome, un patrimonio stimabile in 150 milioni di euro, tra edifici, quote societarie e conti correnti bancari. L’indagine ha portato alla luce un patrimonio notevole: “Aggredirlo significa aggredire l’autorevolezza del mafioso agli occhi dei suoi sottoposti”, ha ricordato il questore Caruso

Altro che cicoria e ricotta. Al di là del casolare in cui si nascondeva Bernardo Provenzano conduceno una vita magra c’era ben altro. Un tesoro praticamente sterminato. Ora finito nelle mani dello Stato grazie ad una nuova operazione dei poliziotti della Sezione Misure di Prevenzione che ha portato alla luce una nuova fetta del patrimonio dell’ex-superlatitante. Ben 150 milioni, tra beni immobili, automezzi, quote societarie e ben 1.500.000 euro sparsi tra conti correnti, depositi e titoli, tutti intestati al sessantenne Andrea Impastato e a membri della sua famiglia. L’uomo, originario di Cinisi, poteva vantare l’intestazione di villette, terreni (per lo più edificabili), capannoni e complessi industriali e anche una cava nei pressi di Montelepre. “Dopo l’arresto delle persone, passiamo all’arresto dei patrimoni – ha dichiarato il procuratore aggiunto Roberto Scarpinato – e spiega che “l’operazione contro Provenzano non può essere considerata conclusa ma prosegue con questi sequestri”. Il nucleo che si occupa delle indagini di natura finanziaria, ha setacciato conti correnti e registri, portando alla luce quello che sembra solo una piccola parte di un impero. “Se segnassimo con un pennarello rosso nella sola Palermo quali edifici appartengono alla mafia o sono stati costruiti con metodi mafiosi, rimarremmo impressionati”, ha dichiarato Scarpinato.
Anche il questore di Palermo Giuseppe Caruso fa notare l’importanza del sequestro dei beni e precisa: “È l’ennesima riprova che l’immagine di Provenzano come una persona che vive in condizioni modeste è falsa – ha ricordato – e bisogna riconoscere che aggredire il patrimonio significa aggredire l’autorevolezza del mafioso, che diventa un ‘re nudo’ agli occhi dei suoi luogotenenti e dei suoi sottoposti”.

Impastato era stato arrestato già nel 2002: il suo nome era spuntato tra le carte del braccio destro di Provenzano, il “ragioniere” Pino Lipari, come uno dei principali referenti del capo dei capi. Già in quell’indagine erano stati sequestrati beni “insospettabili”, come un grosso locale nel salotto buono della città, via Principe di Belmonte. L’assoluzione in primo grado ha bloccato le indagini, riprese una volta che la Corte d’appello ha ribaltato la sentenza. Figlio di Giacomo “u sinnacheddu”, esponente della famiglia d Cinisi, luogotenente di Tano Badalamenti, e fratello di Luigi, ammazzato in un agguato nel 1981. Nessuna parentela del mafioso con il compaesano e simbolo dell’antimafia Peppino Impastato, stando a quanto risulta agli investigatori. Andrea Impastato dagli anni ’80 è entrato in contatto con il clan dei Corleonesi diventandone in breve tempo uno degli uomini di fiducia. Impastato avrebbe fatto parte attivamente della famiglia mafiosa, tanto da non limitarsi all’intestazione di beni ma dedicandosi anche all’estorsione. Secondo quanto emerso dalle precedenti indagini attraverso delle intercettazioni, infatti, si è scoperto che il mafioso avrebbe chiesto la “messa a posto” di una società di grande distribuzione.

Tra i beni sequestrati c’è il residence “Calamancina”, a San Vito Lo Capo. Gli occupanti delle villette possono dormire sonni tranquilli “se verrà comprovata la buona fede nel loro acquisto”, precisa Scarpinato. Anche l’affittuario di un grosso capannone adibito a centro commerciale “Mercatone Uno”, nella zona industriale di Carini, viene considerato estraneo alle vicende di Impastato. Ma gli investigatori sono particolarmente soddisfatti per il milione e mezzo di euro sequestrato in liquidi: “Un record”, secondo il questore Caruso.


La burocrazia rallenta le indagini
“Non si pensa alle conseguenze”
Un aggiornamento del sistema informatico blocca l’accesso a delle banche dati, e il procuratore aggiunto di Palermo lancia l’allarme e fa un appello alla classe politica. A rischio le indagini in corso sui patrimoni delle cosche mafiose

Mancano dieci password e le indagini rallentano. O addirittura sono costrette a fermarsi. Accade a Palermo, come denuncia Roberto Scarpinato, nel corso della conferenza stampa di oggi in Questura sul sequestro di beni al boss Provenzano. Per motivi burocratici, da quasi due mesi sarebbero state revocate dieci parole chiave per accedere a un sistema informatico di banche dati che velocizza notevolmente le indagini sul patrimonio. “Già nel 1991 una legge avrebbe dovuto creare l’anagrafe dei conti bancari, ma non è mai stata attuata perché mancava il regolamento – spiega Scarpinato – e lo stesso succede da un anno con la legge Bersani”. È difficile avere informazioni dalle banche, secondo Scarpinato, ed è ancora più difficile localizzare proprietà e flussi di denaro senza l’ausilio di supporti elettronici, bloccati dal ministero a causa di un aggiornamento del sistema. “A Palermo, prima di prendere certe decisioni bisogna riflettere sulle conseguenze”, ha rimproverato il procuratore. Scarpinato non ha voluto precisare a quale ministero va additata la “colpa”, se agli Interni o al Guardasigilli, ma il suo appello è a tutta la classe politica: “Mentre si apre una stagione nuova nella lotta alla mafia, c’è una mancanza di visione d’insieme”. L’ultima indagine non è stata rallentata dalla discussa procedura burocratica, ma Scarpinato ha ribadito che è importante agire sui patrimoni ottenuti irregolarmente dai mafiosi, che “non garantiscono la democrazia economica, e di conseguenza anche quella politica”.
(da Ateneonline)

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