Altri sei mesi di domande per Mauro?

Non è che io me le invento le cose. Lo dico a chi ha letto Ilaria Alpi e si è posto delle domande su quel finale apparentemente “staccato” dal resto della storia. Come aveva previsto il pm Ingroia, la richiesta di archiviazione ha portato al prolungamento delle indagini di altri sei mesi (impossibile con un’assoluzione) per il caso Rostagno. E la pista del traffico d’armi ultimamente si fa sempre più nota. Ne ha parlato Blu Notte, ne ha parlato Articolo 21 (il “solito” Rino Giacalone, che ha dedicato un paginone su La Sicilia nel giorno dell’anniversario) e anche Repubblica, oggi, grazie a Salvo Palazzolo che prende spunto da un lancio Ansa di stamattina con una bella notizia (la riapertura delle indagini, appunto). E Libera, intanto, insieme ad altre associazioni propone una raccolta firme per una lettera da inviare al Presidente della Repubblica in cui chiedere un maggiore impegno sul caso.

Delitto Rostagno, riaperta l’inchiesta
“Una perizia balistica mai conosciuta”
di SALVO PALAZZOLO

Diciannove anni dopo, l’omicidio di Mauro Rostagno è ancora un mistero. Un mese prima di morire, il giornalista sociologo stava preparando uno scoop, ma nessuno ha mai saputo l’argomento. Si era fatto dare una telecamera portatile dai tecnici della sua emittente, “Rtc”. La cassetta con le riprese la teneva chiusa in un cassetto, in ufficio. E aveva fatto anche una copia, dopo essersi informato con uno dei suoi più stretti collaboratori su come trasferire le immagini dal formato Umatic al Vhs.
Mauro Rostagno teneva in borsa la seconda cassetta: fu la prima cosa che i killer cercarono la sera del 26 settembre 1988, dopo avergli sparato due colpi di calibro 38 in testa. Una perizia balistica – finora rimasta nel segreto delle indagini – ha messo l’unico punto certo di questo giallo: il finestrino posteriore lato guidatore dell’auto della vittima non fu infranto da alcun colpo, ma da un pesante oggetto, forse il calcio di un’arma. I killer avevano il compito di frugare dentro la borsa di Rostagno.

La Procura di Palermo ha cercato a lungo di mettere insieme tutti i pezzi del mistero, ma dopo la scadenza dei termini dell’indagine il pm Antonio Ingroia aveva dovuto avanzare l’ennesima richiesta di archiviazione.

Il caso non verrà chiuso, almeno per il momento. Il gip Maria Pino ha esaminato i 34 faldoni dell’inchiesta e ha concluso che c’è ancora qualcosa da tentare. In due pagine di provvedimento, ripercorre le indicazioni arrivate dalla sorella di Mauro Rostagno, Carla, ma anche gli intenti della Procura, che vuole sentire alcuni degli ultimi pentiti di mafia e fare nuovi accertamenti, con le tecnologie più moderne, sui reperti della scena del crimine. Il gip ha assegnato altri sei mesi di tempo per proseguire le indagini.

Per il delitto del giornalista fondatore della comunità di recupero per tossicodipendenti “Saman” resta indagato il boss mafioso trapanese Vincenzo Virga. Ma anche l’allora direttore di “Rtc”, Giuseppe Bulgarella, che deve rispondere di false informazioni al pubblico ministero: il pentito Angelo Siino ha raccontato di avergli rassegnato le lamentele di alcuni mafiosi per i servizi televisivi di Rostagno, ma Bulgarella ha sempre negato.

Sono proprio i pentiti ad avere indicato la pista mafiosa per il delitto Rostagno. La pista interna alla “Saman”, aperta nel 1996 dalla Procura di Trapani, non ha portato lontano. Le accuse nei confronti del “guru” della comunità, Francesco Cardella, e della compagna di Mauro, Chicca Roveri, sono ormai archiviate. Restano le rivelazioni di un gruppo di ex mafiosi. Enzo Brusca ha detto di sapere che Totò Riina era soddisfatto per l’eliminazione di Rostagno. Francesco Milazzo ha messo a verbale la confidenza che gli fu fatta da Francesco Messina: “Per Rostagno abbiamo sistemato tutto”. E ha aggiunto: “Il via per l’omicidio era partito dalla Provincia, perché il giornalista aveva toccato qualche nome importante nelle sue trasmissioni “. Il collaboratore Vincenzo Sinacori ha confermato che “all’interno di Cosa nostra trapanese si erano diffuse lamentele nei confronti dell’attività giornalistica di Mauro Rostagno, perché nei suoi programmi non perdeva occasione di attaccare Cosa nostra”. Quando il pm Ingroia ha chiesto al pentito di precisare di cosa si occupassero in quel periodo le famiglie trapanesi, Sinacori ha detto: “Soprattutto, di traffici d’armi e di droga, ma ci si occupava anche di rifiuti”. Forse, qualcuno aveva chiesto ai mafiosi il favore di uccidere Mauro Rostagno?

Ritorna il mistero dello scoop mai andato in onda. E della videocassetta non si è trovata neanche a Rtc. Sono rimaste le cassette degli ultimi telegiornali: Rostagno denunciava la mafia, ma soprattutto la malapolitica e la massoneria.

Ai magistrati di Trapani, un amico di Mauro, Sergio Di Cori, aveva rivelato: “Mi confidò di un traffico d’armi che avveniva in una pista aerea in disuso. Mi risulta che avesse fatto anche delle riprese con una telecamera”. L’indagine si è subito rivelata complicata. Anche per la difficoltà di ottenere notizie dalle autorità militari. Nel Trapanese esiste una vecchia pista ormai in disuso, quella di località Kinisia: si trova fra due colline che la nascondono persino ai radar del vicino aeroporto militare di Birgi. Nel febbraio 1997, il procuratore di Trapani Gianfranco Garofalo chiese allo Stato Maggiore dell’Aeronautica di sapere se nell’estate 1988 la pista fosse stata utilizzata. Arrivò subito una risposta negativa. Ma un mese dopo, i magistrati trovarono un testimone, un maggiore dell’Aeronautica militare in servizio a Birgi: ammise di aver prestato servizio durante un’esercitazione, la “Firex 88”. Alla seconda richiesta di informazioni, lo Stato Maggiore mandò un fax urgente in cui si confermavano le operazioni. Cercando ancora, la Digos di Trapani trovò anche una videocassetta in una Tv privata di Trapani: il 23 maggio 1988, a Kinisia, era stata simulata per davvero una scena di guerra. Era solo una simulazione?

Anche il pm di Palermo, Antonio Ingroia, ha provato a entrare nei segreti dei Servizi. Aveva dato incarico al consulente Sabino Giannuli, esperto di stragi e servizi deviati, di cercare al Sisde informazioni che potessero confermare “collegamenti fra la scomparsa di Rostagno e traffici internazionali di armi, con particolare riferimento ai traffici fra Italia e Somalia”, e ancora, “eventuali collegamenti fra la scomparsa di Rostagno e l’omicidio in Somalia della giornalista Ilaria Alpi”. Ma la missione del consulente non si è mai potuta concludere.
Adesso, una petizione di alcune associazioni ha già raccolto 5.000 firme per chiedere al capo dello Stato “verità e giustizia” per Mauro Rostagno.

(da Repubblica.it)

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