Paese infetto, capitale corrotta

Mi “tocca” segnalare ancora una volta un corsivo del maestro Michele Serra, apparso oggi su Repubblica. Inutile dire che lo condivido in pieno, anche perché una riflessione simile (modestamente) l’ho fatta in tempi non sospetti.

Via i condannati dal Parlamento: evviva, sarebbe ora, meglio tardi che mai. Ma anche via gli assenteisti dagli ospedali e dagli uffici pubblici (vedi il caso di Perugia), perché il vecchio slogan dell’Espresso anni Sessanta (“Capitale corrotta, paese infetto”) andrebbe letto al rovescio, almeno ogni tanto: paese infetto, capitale corrotta.
Sono italiano da ormai più di cinquant’anni e mi sono fatto l’idea che tra potere e società non ci sia quasi alcuna differenza di calibro etico. Elettori che considerano la furbizia una virtù eleggeranno politici che sono il loro specchio fedele. Un dipendente pubblico che va a fare la spesa, o un secondo lavoro in nero, o i propri comodi, facendo timbrare il cartellino a un collega e rubando i soldi (pubblici) del suo stipendio, è il degno elettore di un deputato ladro. E questo, mi sembra, si dice poco, o non si dice abbastanza: cercasi un blog che punti il dito contro il cosiddetto “uomo della strada” quando si comporta male. Il qualunquismo è esattamente questo: individuare nel Palazzo un comodo e vistoso capro espiatorio. Non affondare mai lo sguardo nel sociale, nei suoi vizi e nelle sue storture. Ad abusare del proprio potere si comincia da piccoli. La disonestà e la prepotenza di rione sono i mattoni che costruiscono un Palazzo marcio.

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