Messina Denaro & D’Alì: A Love Story

Questa è la volta buona che mi arrestano. O che mi trovo una testa di capretto nella vasca da bagno… altro che minacce telefoniche.
Comunque.
Il mondo pare stia scoprendo solo adesso l’esistenza di Matteo Messina Denaro, detto ‘U Siccu, boss incontrastato di cosa nostra a Trapani e provincia (con base a Castelvetrano), latitante pluriricercato e possibile erede di Provenzano. Potete trovare maggiori informazioni sul pluriomicida stragista e signore della droga qui e qui.
Un’altro nome che gira molto in città, ma con una smorfia che ricorderebbe un sorriso, se non fosse per la lingua felpata che spunta tra i denti dei miei concittadini, è quella del barone Senatore Antonio D’Alì, già sottosegretario agli interni, uomo forte di Forza Italia e vincitore dell’ultima competizione elettorale qui a Trapani con risultati da plebiscito iracheno (di cui vi ho già parlato in passato).
Peccato che si sappia poco, e che si parli ancora meno, dei legami tra questi due signori, sebbene persino una firma nota come quella di Marco Travaglio abbia scritto in proposito. Proviamo a fare un po’ di storia, aiutandomi con quanto trovato mesi fa su Internet, quanto so, e quanto ho letto. Leggendo di seguito verrà anche a voi il terrore che un D’Alì al sottosegretariato degli Interni potesse avere accesso a determinati dossier.
C’era una volta Antonio D’Alì senior: proprietario terriero, padrone delle saline tra Trapani e Marsala (e simbolo della provincia), proprietario della Banca Sicula e suo amministratore delegato finchè (guarda un po’ i casi della vita) non spunta il suo nome nelle liste dei Piduisti di Lucio Gelli (le stesse dove si trovavano Berlusconi e Costanzo, giusto per dirne un paio) ed è costretto a dimettersi nel 1983. All’inizio degli anni Novanta la Banca Sicula fu acquistata e incorporata dalla Banca Commerciale Italiana. Entra quindi nel consiglio di amministrazione il prof. Giacomo D’Alì, figlio di Antonio sr e cugino di Antonio jr, il protagonista della nostra storia. C’è da dire che tempo prima la Banca Sicula era stata oggetto di un allarmato rapporto di un commissario di polizia, Calogero Germanà, (che avrebbe in seguito subito un attentato da parte di Leoluca Bagarella e oggi è dirigente della Dia a Roma), dove si ipotizzava che l’istituto di credito fosse uno strumento di riciclaggio di Cosa nostra. Nel rapporto si sottolineava il fatto che come presidente del collegio dei sindaci della banca fosse stato chiamato Giuseppe Provenzano, futuro deputato di FI e presidente della Regione non imparentato con l’ex superlatitante, ma commercialista della sua famiglia.
Passando al legame tra la famiglia D’Alì e i Messina Denaro si avverto un certo déjà vu che ricorda la vicenda dello stalliere Mangano. Alcuni membri della famiglia mafiosa hanno infatti lavorato come campieri nei terreni dei D’Alì. Francesco Messina Denaro, il vecchio capomafia di Trapani, fu per una vita fattore dei D’Alì, prima di passare la mano come boss e come “campiere” al figlio Matteo Messina Denaro.
A riprova dei rapporti tra la famiglia D’Alì e il boss, l’allora vicepresidente della Commissione parlamentare antimafia Nichi Vendola nel 1998 esibì i documenti che provano il pagamento a Matteo Messina Denaro, ufficialmente “agricoltore”, di 4 milioni di lire (!) ricevuti nel 1991 dall’Inps come indennità di disoccupazione. A pagargli i contributi era Pietro D’Alì, fratello di Antonio jr. E a proposito di fratelli, anche il fratello di Matteo Messina Denaro, Salvatore, ha lavorato per i D’Alì: è stato funzionario della Banca Sicula e poi, nel 1991, è passato alla Commerciale. Nel 1998 è stato arrestato per mafia. C’è un’altra vicenda in cui le strade dei D’Alì si incrociano con quelle dei boss di Cosa nostra. Francesco Geraci era un gioielliere di Castelvetrano e sopratutto uno dei prestanome di Totò Riina, come sappiamo vecchio “socio” di Messina Denaro. Ha raccontato, in un interrogatorio: “Nel 1992 Matteo Messina Denaro mi ha chiesto di acquistare dai D’Alì un terreno per 300 milioni da regalare a Riina”. Si tratta della tenuta di Contrada Zangara, a Castelvetrano. I firmatari del contratto sono Francesco Geraci il gioielliere e Antonio D’Alì il futuro senatore. “Io sono intervenuto solo al momento della firma”, racconta Geraci. “Dopo la stipula andai spesso alla Banca Sicula e mi feci restituire i 300 milioni”. Quel terreno, poi, nel 1997 è stato confiscato in quanto considerato parte dei beni di Riina.
I D’Alì hanno sempre ribattuto su tutto. Francesco Messina Denaro, dicono, fu assunto dal nonno di Antonio junior, l’ingegnere Giacomo D’Alì, classe 1888, quando “si era ben lontani dall’evidenziarsi di fenomeni che rivelassero la instaurazione di un’economia criminale”. Matteo Messina Denaro era “alle dipendenze come salariato agricolo”, “fino a quando non si scoprì chi fosse”. Il passaggio della tenuta di Zangara dai D’Alì a Riina è “una vicenda svoltasi all’insaputa del venditore” (questa, poi, è assurda).
Non vi sto a raccontare tutte le vicende della storia più recente riguardanti la sarabanda di arresti e indagini su sindaci, consiglieri, ingegneri e imprenditori legati al Senatore, o le allucinanti ripercussioni della Coppa America e del giro di appalti furbetti che c’è intorno. Quelle sono altre storie, e Messina Denaro e il suo presunto rapporto con D’Alì non c’entra.
O forse no?
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Un pensiero su “Messina Denaro & D’Alì: A Love Story

  1. Gran parte della destra siciliana (e non) ha fortissimi legami con la mafia. Dell’utri in testa a tutti passando per cuffaro e arrivando a d’Alì, ma il 50% degli italiani sono così CIECHI o forse e meglio dire ignoranti da non ASCOLTARE e quindi TACERE!

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