Un tizio chiamato Notte

Manoj Night Shyamalan è uno dei miei registi preferiti, negli ultimi anni. Il Sesto Senso è un buon film e Unbreakable è vicino al capolavoro. Adoro le sue inquadrature ardite, quasi Kubrikiane, il suo ritmo lento e la sua ricerca della tensione verso il twist finale, una costante nei suoi film. Mi ha deluso solo in Signs, che perde molto con il mostrare senza più indugi il “mostro” sul finale (quando invece la suspance aveva solo suggerito la sua presenza, incutendo maggiore timore) e una stupidaggine che manda a monte tutta la sceneggiatura (che non rivelo per chi non l’avesse visto… ma ve ne accorgerete, e se lo avete già visto, ci siamo capiti).
Ho appena visto the Village, e vi ho trovato il meglio del regista indiano. Un ritmo lento (ma non troppo, stavolta), inquietitudine e caratterizzazioni sopra le righe, soggettive miste a panoramiche, alternanza di movimenti lenti e a scatti. E ben più di un solo twist narrativo sul finale. Atmosfere affascinanti e inquietanti, nonchè un cast eccellente, contribuiscono a rendere il film ottimo (ma già la trama è intelligente e ha senso… oggi come oggi non è poco). E non manca anche stavolta un messaggio inquietante: la paura come forma di controllo. Gli americani, e di ricaduta noi occidentali, siamo spinti a spaventarci (o a odiare) quello che è fuori dai nostri confini (geografici e della conoscenza) per poter essere meglio controllati. Viene creato un nemico nuovo, di volta in volta, verso cui concentrare le nostre attenzioni e il nostro odio, un argomento da usare in campagna elettorale, o nei programmi televisivi del pomeriggio. Fateci caso.
PS: per chi volesse approfondire, in Bowling for Coulumbine di questo sistema se ne parla in maniera intelligente e illuminante.
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One thought on “Un tizio chiamato Notte

  1. Shyamalan fà proprio questo. Ci parla della paura, ci mostra la nostra paura nelle parole e negli sgaurdi dei protagonisti, per poi scoprire che temevamo il nulla, temevamo solo perchè non sapevamo. Abbiamo solo paura dell’Ignoto.Concordo su Signs e sul parallelismo americano di The Village, a me è piaciuto moltissimo.

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