L’umanità fa schifo.

Un po’ di depressione, di cose tristi.
Lo sapete, mi piace piangermi addosso. A tutti piace sentirsi al centro dell’attenzione, sentirsi consolati, passare da una spalla all’altra. Anche alle persone più introverse o sfiduciate, raccontare i nostri problemi come se fossero tragedie apocalittiche, ci fa sentire più grossi, più sicuri di noi, più circondati d’affetto e attenzioni. Serve, di certo, a rinvigorire la nostra autostima. I “problemi” vengono condivisi, un po’ dimenticati. Problemi? Cose come il troppo lavoro o il troppo poco, la ragazza che ci ha lasciato, gli studi che vanno a rotoli o cose del genere.
Poi succede che ti guardi intorno, apri il giornale, e vedi un po’ di problemi veri. Non dico mica le tragedie dell’umanità. Mica le guerre, le ingiustizie, le dittature a cui siamo abituati ormai. Dico le piccole grandi tragedie che veramente sconvolgono la vita di un gruppo relativamente piccolo. Quelle cose che non si possono raccontare all’amico al bar, che non si possono accennare quando ti chiedono “come va” o tantomeno si possono raccontare, attraverso metafore più o meno dirette, in un blog come questo. Cose come questa orrida, schifosissima cosa letta sul Corriere.
Non oso immaginare cosa stiano passando quei due ragazzi. Sia lei, vittima della più barbara violenza, sia lui… personalmente non credo saprei vivere con quella immagine negli occhi.

Questa sera, poi, sono andato a vedere un film mica tanto leggero, la Caduta/der Untergang. Una ricostruzione accuratissima, disturbante e cupa degli ultimi giorni di vita di Hitler e delle persone che lo circondano. Pensavo di andarci da solo, fortunatamente alla fine ho trovato un’amica coraggiosa che mi ha accompagnato per queste due ore e mezza comunque velocissime, mai noiose, dense di avvenimenti e momenti shockanti, con un Bruno Ganz perfetto nel mostrare sia la viscida schizzofrenica parte quotidiana del Fuhrer sia i suoi momenti da comandante assoluto dell’esercito ossessionato dalla vittoria, dall’evoluzione e senza il minimo senso dell’umanità. Peccato per la regia un po’ piatta, quasi documentaristica.
Avere poi ricordato quanta gente e con quanto trasporto realmente credeva in quell’individuo spregevole e disturbato, fa pensare che, nonostante tutte le teorie sull’Azione Collettiva o tutte le tesi di Hanna Arendt, non è minimamente concepibile o razionalizzabile come un intero popolo possa scendere ai gesti più infimi e le parole più squallide attuabili o dicibili dall’uomo. Tutto con una convinzione e una fiducia che non può non far pensare che fondamentalmente, naturalmente, siamo bestie. E basta.
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